L’architetto Anna Tonicello, che ha condotto a lungo l’Archivio Progetti dello IUAV, ricostruisce per noi la nascita della AAA/Italia, nella quale ha avuto un ruolo significativo, e risponde ad alcune altre domande che le abbiamo rivolto.

Archivio Progetti, Università Iuav Venezia. Spazi di lavoro e di deposito nelle foto di Umberto Ferro, 2015

L’architetto Anna Tonicello, che ha condotto a lungo l’Archivio Progetti dello IUAV, ricostruisce per noi la nascita della AAA/Italia, nella quale ha avuto un ruolo significativo, e risponde ad alcune altre domande che le abbiamo rivolto.

Ripercorrere dopo oltre vent’anni la storia della AAA/Italia significa innanzitutto tornare al contesto nel quale mi sono trovata ad operare nella metà degli anni Ottanta e al progetto di costituire un nuovo centro di documentazione sull’architettura, voluto dalla Galleria di architettura della Fondazione Angelo Masieri dell’Università Iuav di Venezia. Immediata fu la ricerca d’informazioni e riferimenti ad altre esperienze nel contesto nazionale, tenendo conto che il centro doveva essere di servizio a finalità espositive e alle finalità didattiche e di ricerca dell’università.

Alcuni centri importanti ci avevano preceduto con progetti analoghi ma tutti iniziavano solo in quegli anni ad affrontare il trattamento dei documenti posseduti, avendo più domande che soluzioni da presentare. Infatti, affrontare la conservazione, la descrizione e il riordino dei primi disegni e modelli raccolti, comportava il riconoscimento di specificità in questo tipo di documentiche richiedevano conoscenze tecnico-scientifiche e professionali che andavano oltre le competenze archivistiche o museografiche. Il background da architetto ha quindi fortemente indirizzato il lavoro fornendo un punto di vista tecnico e scientifico, dato dalla capacità di lettura e interpretazione del progetto, del singolo disegno o modello, sia grazie agli studi specifici sia all’esperienza diretta con i materiali del progetto anche in contesto professionale.

La differenza con altri colleghi che si occupavano di archivi di architettura era sensibile, sia per l’approccio fisico ai materiali, per esempio maneggiare un rotolo di disegni, un disegno su carta da lucido o una riproduzione eliografica, sia per il riconoscimento immediato di tecniche di rappresentazione e grafiche, dei diversi supporti, l’interpretazione di segni e simboli convenzionali,la prontezza nel collocare un disegno nella corretta sequenza dell’iter progettuale.

Ma molti sono gli esempi di riconoscimento di modus operandi che chi ha lavorato in uno studio di architettura conosce bene. La grande produzione di documenti per uno stesso progetto, per esempio, quale aspetto importante dell’iter progettuale: la presenza di molti schizzi di studio, magari solo per un piccolo dettaglio, le molte fasi di elaborazione e le diverse versioni del progetto, la presenza di moltissime copie, la presenza di documenti tridimensionali quali prototipi e modelli. Processi e documenti che possono essere colti al meglio conoscendo l’iter del progetto, quello amministrativo, quello ideativo e quello che risulta dal confronto, ripensamento e ridimensionamento, determinati dal rapporto con il costruttore, il mercato dei prodotti edilizi e con il committente.

La necessità di sistematizzare queste conoscenze tecniche, messe in relazione con l’esperienza maturata sulle carte e i materiali degli archivi degli architetti, ha trovato un logico esito nella pubblicazione, Il disegno di architettura. Guida alla descrizione, scritta con il collega
architetto, Riccardo Domenichini. La compilazione e redazione di queste linee guida ha stimolato la ricerca e l’approfondimento ulteriore sui supporti e i materiali, così come sulla manualistica e i riferimenti tecnici utilizzati dagli architetti nella professione. Ne è risultato uno strumento utile per confrontarsi con altre realtà e con colleghi che in altri istituti si occupano di documenti di architettura.

Qual è stato l’apporto degli archivisti e cosa hai imparato da loro?

L’incontro con gli archivisti è stato di importanza fondamentale, soprattutto, per sensibilizzare tutti noi che ci occupavamo di archivi di architettura nelle università, nelle biblioteche, nei musei e nei centri studio, rispetto alle pratiche di raccolta e selezione dei documenti. Grazie al confronto con gli archivisti si è creata una consapevolezza diversa che ha portato a rivedere le strategie di raccolta con una maggiore sensibilità verso documenti non grafici e soprattutto d’impegno a promuovere la conservazionedegli archivi nella loro integrità.

Quali sono secondo te gli aspetti di maggiore vitalità di questa associazione dopo 20 anni?

La giornata organizzata a Venezia nel 1995, che ha visto tutte le principali istituzioni italiane intorno a un tavolo per discutere delle problematicità e potenzialità degli archivi di architettura – non un convegno ma un vero e proprio confronto diretto e una sorta di ‘chiamata alle armi’ – ha rappresentato un momento chiave per la nascita della AAA/Italia. L’associazione degli archivi di architettura italiani ha saputo portare l’attenzione su questi corpus documentali, facendo crescere momenti di collaborazione sia nella diffusione della loro conoscenza sia diventando un riferimento nazionale e internazionale per gli specialisti. La continuità nella pubblicazione del «Bollettino», l’impegno con nuove energie e l’apporto di idee e riflessioni che esso comporta, a mio avviso rappresenta ancora dopo vent’anni la vera forza dell’associazione.

Cosa ha differenziato la storia delle raccolte e degli istituti di conservazione italianirispetto a quelli di altri Paesi?

L’associazione è un punto di forza proprio perché l’Italia è caratterizzata da una moltitudine di piccoli e medi istituti di conservazione, a differenza di altre nazioni che hanno attuato strategie di concentrazione delle raccolte in musei e archivi centrali o, comunque, presentano un numero limitato di istituti. I centri più importanti dispongono di diverse competenze e risorse, mentre i piccoli centri italiani se non si coalizzano, hanno minori opportunità. Per questo la collaborazione tra centri archivistici, biblioteche e musei di architettura è tuttora centrale, enon solo a livello nazionale ma anche in quello internazionale, tenendo conto di un panorama generale in cui tutte le istituzioni progressivamente vedono le risorse ridursi o focalizzate su aspetti più efficaci nei confronti del pubblico. In questo senso, anche il tema della pianificazione e coordinamento delle strategie di acquisizione assume un ruolo molto importante, sia per il profilo etico sia per la capacità di assicurare un futuro alle principali fonti archivistiche dell’architettura.

Va sottolineato che progetti ambiziosi sono stati rivisti e ridimensionati, la concorrenza tra istituti nell’acquisizione di archivi – che tanto dibattito aveva provocato negli anni Ottanta e Novanta – non può che essere controproducente,rispetto all’enormità delle carte da salvaguardare. Il coordinamento e la condivisione di un profilo etico, la considerazionedel valore di un archivio per un territorio, rispetto all’esportazione di corpus archivistici in contesti distanti e molto diversi da quelli nei quali l’archivio si è formato, la disponibilità ad assicurare l’integrità dell’archivio, rispetto a selezionare e dare visibilità solo ai disegni di maggior valore estetico, sono diventati temi importanti nei quali sono stata coinvolta direttamente con la stesura di un nuovo Codice etico dell’ICAM (International Council of Architecture Museums). E’ stata un’esperienza molto importante e arricchente per lo scambio e il confronto con punti di vista anche molto distanti tra loro, che ha portato a sintetizzare pochi ma imprescindibili principi comportamentali, condivisi tra gli oltre 100 musei, centri e archivi che aderiscono all’ICAM.

 

 

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