Archivio s.m. 1. Complesso dei documenti prodotti o comunque acquisiti da un ente (magistrature, organi e uffici centrali e periferici dello Stato; enti pubblici territoriali e non territoriali; istituzioni private, famiglie e persone) durante lo svolgimento della propria attività. I documenti che compongono l'archivio sono pertanto collegati tra loro da un nesso logico e necessario detto vincolo archivistico. In questa accezione si usa spesso la parola fondo come sinonimo di archivio.

Palazzo della Sapienza, sede dell’Archivio di Stato di Roma. Sullo sfondo la chiesa di Sant’Ivo.

2. Locale in cui un ente conserva il proprio archivio; 3. Istituto nel quale vengono concentrati archivi di varia provenienza che ha per fine istituzionale la conservazione permanente dei documenti destinati alla pubblica consultazione.
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La parola archivio proviene dalle forme del latino tardo archīvu(m) e archīum, che, a loro volta, riprendono la parola greca arkhêion. Quest’ultima designava una residenza di magistrati, in particolare il palazzo dell’arconte, che, in età storica, era il supremo magistrato di Atene. L’arconte, probabilmente, teneva in deposito i suoi atti nell’arkhêion/archivio. Possiamo dire che la parola greca e poi latina acquisisce il senso tecnico che, almeno in parte, ci appartiene ancor oggi solo a partire dall’epoca ellenistica. Archivio è una parola recuperata all’italiano dell’alta cultura nel periodo umanistico, verso la fine del Quattrocento, quando molti testi dell’antica cultura greca erano tornati disponibili in Europa anche e soprattutto grazie alla mediazione della civiltà musulmana.

La radice semantica di archivio affonda nell’idea della ‘conservazione e custodia di documenti‘, su cui si basano l’ordinamento giuridico, i rapporti sociali e la convivenza civile. È da quella radice che si sono originati i significati fondamentali che il termine ha acquisito nel linguaggio comune e in quello utilizzato dagli addetti ai lavori. In primo luogo, archivio vuol significare la ‘raccolta di documenti privati o pubblici relativi a una persona, una famiglia, un ente, un comune, uno Stato, ecc.’. Una raccolta non statica, ma cresciuta con l’andare del tempo, nel corso dell’esistenza dell’individuo o del nucleo familiare o dell’attività dell’ente o istituzione.
Scriveva Francesco Guicciardini (1483-1549) nella sua Storia d’Italia: «Percosse una saetta la fortezza di Brescia: una barca mandata dal senato a portare danari a Ravenna si sommerse con diecimila ducati nel mare; l’archivio pieno di scritture attenenti alla repubblica andò totalmente in terra con subita rovina». L’archivio, che certifica la storia di un soggetto, è un bene prezioso e fragile.
Sin dall’inizio della sua comparsa, archivio passa anche a designare il luogo fisico in cui viene raccolta e conservata la documentazione. Oggi, in Italia, esistono 100 Archivi di Stato, che conservano gli archivi delle amministrazioni centrali e periferiche degli Stati preunitari e gli archivi delle amministrazioni periferiche dello Stato unitario, che vi sono versati una volta passati 30 anni dalla conclusione della pratica.
Come spesso succede nel caso di parole che designano luoghi o oggetti che contengono altri oggetti, la parola archivio si può ulteriormente allargare al significato figurato più ampio e meno determinato di ‘luogo di raccolta‘. Questo allargamento dell’orizzonte concettuale avviene già nel secolo del barocco, così generoso nel prodigare immagini. Scriveva il poeta napoletano Giovan Battista Marino (1569-1625) in un Idillio favoloso, mettendo in scena il mito di Proserpina: «Figlia, sì come il centro / del cor più volte dal tuo dolce figlio / saettato t’apersi, / così gli arcani interni / de’ più chiusi pensier convien ch’io t’apra, / con quanto di secreto / dentro l’archivio cupo / de le leggi immortali ha scritto il Fato». Qui il padre degli dei, Giove, si rivolge a sua figlia Venere (il «dolce figlio» è Amore), dicendole che le schiuderà i segreti scritti dal Fato e rinchiusi nell’archivio «cupo» delle leggi immortali, che non possono essere messe in discussione.

L’idea dell’archivio come luogo segreto in cui si depositano, come nascondendosi, beni ed entità spirituali o morali di grande, perfino terribile importanza, trova spazio, un po’ mitigata, anche in tempi vicini a noi, nel romanzo Notturno indiano (1984) di Antonio Tabucchi: «Anche tu parli con te stesso, prima dentro di te, in silenzio, e poi chiaramente, articolando le parole in modo netto, come se tu le dettassi, come se l’acqua del fiume potesse registrarle e tenerle lì, in un archivio acquatico, affinché i fondali le conservino gelosamente fra i ciottoli, la sabbia e i detriti, e dici: la colpa».
Per scrivere il romanzo Vita (2003), Melania Mazzucco «ha riannodato i fili delle memorie familiari e, partendo dai racconti di suo padre e di uno zio cieco, ha ritrovato documenti e indizi sui giornali dell’epoca, in corrispondenze private, negli archivi della polizia di Brooklyn, nelle liste passeggeri dei piroscafi, nei fascicoli delle Railways Companies americane» («Corriere della sera», 15 ottobre 2003). Una storia di emigrazione italiana in America, una storia pubblica e privata, una storia immaginata, ma fino a un certo punto, fino agli archivi, che restituiscono alla memoria la dignità della Storia.
«Amedeo ricordava tutto: la pensione, la Mano Nera, il cugino Geremia, le ferrovie, i compiti del waterboy. Nei suoi racconti, tuttavia, mancava una persona. Non mi ha mai nominato Vita. Quando, nell’archivio di Ellis Island, consultai la lista passeggeri della nave Republic, a bordo della quale Diamante arrivò in America, scoprii il nome delle 2200 persone che viaggiarono con lui. Ora posso dire di conoscerli uno a uno. La nave – che dopo la sosta a Napoli fece scalo a Gibilterra – trasportava italiani e turchi. Ma la parola “turchi”, nel 1903, ai tempi dell’Impero Ottomano, significava molte cose: ebrei, greci, armeni, albanesi, siriani, libanesi, slavi, berberi».

L’archivio ha una sua vita. Prima è archivio corrente, quando è in uso e in continuo accrescimento; i fascicoli che lo compongono vengono conservati in locali facilmente accessibili o nella stessa stanza degli impiegati che li utilizzano. L’archivio di deposito (o intermedio) conserva i fascicoli relativi alle pratiche ormai concluse, che non servono più alle attività quotidiane ma che conviene conservare temporaneamente. Nell’archivio di deposito si seleziona anche la documentazione che vale la pena di conservare permanentemente e che è destinata a confluire – quella statale dopo 30 anni – nell’archivio storico. Gli archivi storici sono a tutti gli effetti beni culturali conservati in apposite istituzioni (gli Archivi di Stato) o comunque in sezioni separate (nei comuni, nelle regioni, negli enti pubblici). Da strumenti e residui di una determinata attività pratica, diventano fonti per la conoscenza del passato e depositari della memoria collettiva.

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