Rubrica s. f. Registro con i margini scalettati e contraddistinti con lettere dell’alfabeto, o schedario, su cui si registrano per materie, per nomi di enti o di persone o di luoghi, disposti in ordine alfabetico, i singoli documenti o le pratiche in base al loro contenuto: il documento o la pratica sarà richiamato in tutte le voci cui può essere riferito il contenuto.

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Nella parola rubrica c’è, un po’ nascosto, uno dei colori basici più vivaci, il rosso. C’è il rosso latino, lingua materna dell’italiano, vale a dire l’aggettivo ruber, maschile; rubrum, neutro. Ecco, la radice rossa di rubrica è in quel rubr- che innerva altri vocaboli italiani derivati da rubrica: rubricare, rubricario, rubricatore, rubricazione, rubricista. E che si ritrova nel fratello cólto di rosso, il latinismo rubro, il quale frequenta esclusivamente le pagine della letteratura alta (il dantesco lito rubro, per indicare le coste del Mar Rosso, Paradiso, VI, 79), gli studi di anatomia (come primo elemento in parole composte, nelle quali indica la colorazione rossa: fibre rubro-spinali), la toponomastica (Saxa Rubra, antica stazione romana, presso la quale si sarebbe svolta la fase decisiva della battaglia fra Costantino e Massenzio il 28 ottobre 312; oggi è nota come denominazione della RAI TV, che nella località ha collocato alcuni dei suoi studi) e si degna di scendere tra i comuni mortali comparendo nella ricetta della salsa rubra (o rossa, appunto), parente italiana del ketchup; salsa, quest’ultima, che colleghiamo immediatamente alla civiltà angloamericana contemporanea, ma che in realtà ci fa viaggiare lontano, nel tempo e nello spazio, stando alla probabile remota origine cinese della parola (col significato di ‘salsa di pesce’).

È interessante ricordare quanto i cromonimi (i nomi che designano i colori) siano stati caricati, in tutte le lingue storico-naturali, di simbologie ancestrali, che – proprio per essere tali, cioè inscritte in una sorta di DNA mentale e culturale dell’Homo Sapiens Sapiens –, spesso si propagano fin nella lingua contemporanea. Non di rado, il terreno d’elezione dei cromonimi è l’àmbito settoriale, da quello finanziario (mercato grigio) a quello scientifico (luna blu), da quello politico (camicia verde), a quello sportivo (gli azzurri – poi traslato anche in politica –). Il rosso è intriso di energia e vitalità, come scrive la linguista Rita Fresu, «ma è impiegato soprattutto oggi per indicare pericolo e rischio (andare in rosso; bandiera rossa; zona rossa), emergenza (linea rossa), oppure emozioni forti come la rabbia (vedere rosso) o la trasgressione (a luci rosse)». Ma allora, al tempo del latino scritto e parlato quotidianamente, che cosa rappresentava il colore rubrum? Era un colore prezioso e distintivo, sacro (specialmente nella variante purpurea) e regale (le vesti degli imperatori e degli alti dignitari), marziale, bellico ed eroico (le parate militari; il rosso del sangue dei vinti).

Tali valori di distinzione ed eminenza trovarono applicazione anche nell’arte libraria antica, come testimonia l’etimologia di rubrìca (da pronunciare con l’accento sulla penultima, naturalmente). La parola deriva infatti dal lessema complesso latino rubrīcam (terram), che designava la terra rossa, argillosa, impiegata per tingere l’asticella centrale e la custodia del volumen e per scrivere i titoli delle leggi civili e poi dei capitoli, rispondendo, dunque, a una logica di distinzione e valorizzazione formale dei contenuti. Per estensione, nel procedere del cammino storico, rubrica indicò quanto veniva scritto con l’inchiostro rosso nei codici e negli incunaboli, come titoli, lettere iniziali, sommari e simili.

Giorgio Moretti, nel sito Una parola al giorno, a proposito di rubrica ha scritto: «In qualche museo, poi, ci sarà di certo capitato di ammirare la meraviglia di un qualche codice miniato, custodito dentro una teca di vetro. Il minio, minerale rosso da cui la miniatura prende il suo nome, era usato per colorare variamente le parti più importanti del testo, quali il titolo, la prima lettera. E da questa prima lettera ci arriva il nome ‘rubrica’ per i quadernetti ordinati per nome che raccolgono indirizzi e numeri di telefono: la scalettatura delle pagine mette quella lettera a portata di mano – e spesso è ancora scritta in rosso». Il registro archivistico nasce da questa pratica, che emerge dunque da una ricca stratificazione di significati e usi, nell’intreccio complesso tra parole e cose.

Torniamo ai codici e agli incunaboli, dove rubrica sta a significare titolo in rosso di capitoli o parti di un’opera (e per metonimia anche capitolo o paragrafo). Così il Sommo poeta nella Vita nova: «In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: ‘Incipit vita nova’. Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali è il mio intendimento d’assemplare in questo libello; e se non tutte, almeno la loro sentenzia».
La Civil conversazione (1574), opera di Stefano Guazzo (1530-1593), nobiluomo vissuto a lungo alla corte dei Gonzaga,  ebbe una straordinaria diffusione in Italia e Europa. Insieme al Cortegiano del Castiglione e al Galateo di Della Casa, la Civil conversazione rientra a pieno titolo nella categoria dei libri sul comportamento. In questo passo del libro I,  rubrica diventa  ‘genere’, ‘categoria’: «Se io mi rivolgo a considerare che questo atto è scandaloso e di male essempio e che generalmente in tutti gli altri paesi i gentiluomini e le persone ben create si recherebbero a vergogna di esser trovati con le carte in mano per le piazze, non mancherebbe per aventura chi li giudicasse degni d’esser posti sotto la rubrica de’ viziosi e insopportabili».
Facendo un salto di quasi 400 anni, in Tutti i ricordi (1962) di Marino Moretti rubrica si “dilata” e si trasforma nel ‘deposito della memoria’: «Ma il becchino sì, il becchino si ritrova nella rubrica labile della memoria. E a lui non si sfugge».
Eraldo Affinati, in Campo del sangue (1997), si interroga sul Male e sulla sua incommensurabilità, attraverso un viaggio di coscienza e conoscenza da Venezia a Auschiwtz. Qui, il significato di rubrica si avvicina a quello di ‘elenco’, ‘enumerazione’, ‘lista’: «Tre anni dopo si uccide la sorella Grete, a lui congiunta da un legame impossibile. Procedendo nella triste rubrica, mi accorgo, non senza turbamento, che qualsiasi spiegazione io cercassi, si identificherebbe solo nella forza oggettiva assunta da certi rapporti, […]».

‘Titolo in rosso’, dunque, e poi ‘categoria’, ‘deposito’, ‘elenco’, passando per il significato più noto e utilizzato di ‘sezione di giornale o di altra pubblicazione periodica o di un programma radiofonico o televisivo’, senza dimenticare quel libretto dai margini scalettati in cui segnavamo indirizzi e numeri di telefono, ormai in disuso tra i giovani e giovanissimi. Oggi i contatti si conservano nella rubrica dello smartphone, trasformato nella scatola nera degli esseri viventi più tecnologici del pianeta. A differenza di prima, non ricordiamo a memoria più di due o tre numeri di telefono, a dir tanto. Perché ormai, lasciando riposare il cervello, basta essere rapidi con le dita, senza necessità di ricorrere alla mnemotecnica: «Cristina strabuzza gli occhi. Corre a prendere il telefonino. Cerca velocemente il numero in rubrica. Eccolo. Tasto verde. Parte la chiamata. Qualche squillo… » (Federico Moccia, Scusa ma ti voglio sposare, 2009).

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