Il lavoro sugli archivi d’impresa è cominciato nel 1979, anno in cui sono entrato nell’Amministrazione archivistica: ho quindi potuto seguire il progetto quasi fin dal suo inizio. La metodologia usata teneva conto dei risultati della Tavola rotonda sugli archivi industriali svoltasi nel 1972, risultati che erano stati discussi e rielaborati dalla soprintendente Francesca Morandini con la Direzione generale.

Individuavamo le imprese da visitare con la consulenza delle Camere di commercio toscane, valutando i loro elenchi assieme a Giorgio Mori, docente di storia economica all’Università di Firenze, e progettavamo le visite agli archivi.
In quella prima fase, che portò alla pubblicazione nel 1982 di un volume con i risultati del censimento (Consiglio nazionale delle ricerche – Sovrintendenza archivistica per la Toscana, Archivi di imprese industriali in Toscana Risultato di una prima rilevazione condotta dalla Sovrintendenza Archivistica), ci scontrammo con numerose difficoltà. Innanzitutto, la novità dell’operazione, per cui noi archivisti non eravamo preparati alle tipologie documentarie che avremmo riscontrato, non avendo che una superficiale infarinatura sulla struttura di tali archivi.

Ma la principale difficoltà era costituita dal trovare un interlocutore nelle imprese che potesse capire l’intendimento delle nostre visite. Gli amministratori aziendali si mostravano sconcertati dalle nostre richieste, spesso per paura che i nostri interventi avessero un risvolto fiscale. Maggiore fu la collaborazione, come era naturale, nelle imprese di natura pubblica.
Poiché alcune delle imprese visitate si trovavano in procedure liquidatorie, dovemmo trovare una sistemazione agli archivi e per alcuni si procedette al deposito presso gli Archivi di Stato.
Inizialmente veniva dichiarato tutto quello che si trovava, senza discuterne con la proprietà. Purtroppo, in molti casi la dichiarazione venne considerata una mera manifestazione di interesse e i relativi vincoli rimasero lettera morta, per cui alcuni archivi seguirono il loro destino naturale, per esempio venendo distrutti alla cessazione dell’impresa che li aveva prodotti. Solo alcune imprese presero coscienza dei loro obblighi e iniziarono a prendere contatto con noi per l’esecuzione degli scarti o di trasferimenti.
Sugli scarti ritenevamo nei primi tempi che non si dovesse andare troppo per il sottile e vietavamo solo la eliminazione dei documenti più importanti, nella convinzione che fosse utile ottenere l’invio degli elenchi: col tempo si sarebbe potuto discutere il problema della selezione in maniera più approfondita.
Una innovazione metodologica importante fu quella, che avvenne dopo il 1985, di dichiarare solo alcuni settori dell’archivio, le serie dei documenti veramente essenziali alla ricostruzione storica dell’attività, lasciando libertà all’azienda di gestire le eliminazioni sul rimanente secondo le proprie esigenze. Questa strategia ci permise di ottenere maggiore collaborazione da parte delle imprese e di far meglio capire come i nostri intendimenti fossero essenzialmente di natura storica.

Il problema dello scarto, tuttavia, è ben lungi dall’aver raggiunto una conveniente sistemazione. Sia una dichiarazione parziale che l’elaborazione di un massimario dovrebbe essere preceduto da uno studio volto a individuare la documentazione che può essere eliminata, cosa che generalmente non si è potuto fare per mancanza di tempo e ci si è dovuti limitare a ragionare per grandi tipologie documentarie. È stato possibile scendere nel dettaglio nei pochi casi in cui le aziende ci hanno offerto collaborazione, come la ex S.M.I. (ora KME Group) o la Banca Monte dei Paschi di Siena. In linea generale ci si è sempre orientati a considerare degni di conservazione illimitata i documenti sociali, i libri matricola, i libri paga e stipendio (ove esistenti), i libri contabili fondamentali, il carteggio, la documentazione tecnica, i fascicoli dei dipendenti, i libri infortuni e simili. Tuttavia il carteggio va valutato attentamente, perché può essere costituito anche da atti meramente transitori.
Un settore che spesso viene considerato importante è quello relativo alle retribuzioni del personale, un tempo registrate su libri che contenevano tante informazioni in poco spazio. Ma per la copia del foglio paga? Nelle grandi aziende questa serie è rappresentata da volumi enormi di documentazione. Ovviamente tutto ciò riguarda il pregresso, perché con la documentazione digitale i problemi di spazio sono risolti, anche se rimane il grande quesito della conservazione nel corso del tempo, che, a lungo andare, richiede interventi costosi.
Come ho già accennato, in occasione di liquidazioni o procedure fallimentari la documentazione è stata spesso depositata negli archivi di Stato. Purtroppo gli spazi degli archivi di Stato toscani si sono andati riducendo e attualmente alcuni sono in difficoltà ad accogliere anche i versamenti degli archivi statali. In molte situazioni, però, siamo riusciti ad ottenere dalle amministrazioni comunali gli spazi di conservazione per alcuni archivi d’impresa.
Inaugurammo questa prassi col comune di Abbadia San Salvatore e ne traemmo spunto per altre proposte, che furono quasi sempre accettate.
Quanto ho descritto sin qui riguarda quella che definirei l’attività corrente. Ma ci furono anche delle iniziative di ampio respiro che ci hanno impegnato per tempi molto lunghi e risorse importanti. In primo luogo, il progetto di valorizzazione degli archivi del Monte Amiata, costituiti da quasi 20.000 unità archivistiche, il cui riordinamento e la successiva digitalizzazione degli inventari, iniziati negli anni ’80, stanno ora per giungere al termine. Il salvataggio della documentazione è stato accompagnato dalla creazione di un corposo archivio di interviste, ideato da Giovanni Contini e consultabile on-line sul sito dedicato. È stato costituito anche un Museo minerario di tipo tradizionale-didattico e, più recentemente, un secondo di impostazione più moderna.

Un progetto analogo è stato seguito per le Colline metallifere, il cui centro è Massa Marittima, con la conservazione degli archivi del passato minerario. Qui l’inventariazione è giunta al termine e l’inventario è in corso di pubblicazione. L’archivio si trova collocato in un fabbricato appartenente alla miniera di Niccioleta, restaurato con contributo dell’Unione Europea.
Nel salvataggio degli archivi in pericolo abbiamo ottenuto anche l’aiuto di altri enti: la Camera di commercio di Firenze ha accolto due grandi archivi, quelli della Longinotti e della Fratelli Franchi. Su quest’ultimo archivio è stato possibile intervenire direttamente per effettuare uno scarto, che non era stato compiuto prima del trasferimento, e curare la redazione di un elenco di consistenza. La Camera di commercio di Lucca, nell’ambito di un progetto, partito nel 2011, ha accolto presso il proprio archivio alcuni fondi di imprese cessate. L’Università di Firenze ha accolto invece in donazione (pilotata da noi) quello della SAIVO e del precedente Istituto Borosilico.
Da un certo punto in poi abbiamo accarezzato l’idea di favorire l’istituzione di un Centro che potesse accogliere archivi d’impresa in pericolo. Abbiamo appoggiato almeno tre tentativi in tal senso. Uno nella provincia di Arezzo, con l’appoggio di Università e Provincia, che si pensava di attuare con finanziamento europeo, col restauro architettonico della Cartiera di Giovi.
A Firenze furono ideati due progetti per offrire alla città uno spazio nel quale concentrare gli archivi di natura economica: il primo nel 1991 e il secondo condotto dal 1999, con la partecipazione di molti enti ed associazioni. Entrambi fallirono per ragioni diverse.
Abbiamo seguito anche dei progetti simili per Prato: lì già nel 1979 la Cassa di risparmi e depositi di Prato si era fatta carico di conservare archivi economici in pericolo di dispersione ed aveva accolto l’archivio dello storico Lanificio Cangioli. Il progetto è rimasto limitato a questa acquisizione e in seguito è stato interrotto dopo l’assorbimento della Cassa di Prato da parte di altro gruppo bancario. L’archivio si trova ora, in scatoloni, presso il Lanificio Cangioli, che se ne disinteressa.
Nel 1993 è stato progettato un altro centro di conservazione, che rimane attivo in forma minimale e conserva documentazione di fattoria e tessile e una cospicua raccolta di fonti orali.
In Provincia di Pisa, sull’onda dei risultati della parziale inventariazione dell’archivio Piaggio si è pensato di organizzare un censimento e di accogliere gli archivi in pericolo presso la relativa Fondazione. Purtroppo, con la improvvisa scomparsa di Tommaso Fanfani, che ne era presidente, il progetto si fermò.
In settori particolari sono stati promossi altri due progetti analoghi: uno sugli archivi delle fattorie del Chianti classico, ed un secondo sull’industria dei cappelli di paglia, fiorente sia in passato che nel presente nella provincia di Firenze. Quest’ultimo, finanziato dalla Direzione generale Archivi, è andato a buon fine, con un censimento di fonti e una raccolta di interviste.

Precedentemente, nei primi anni 2000, era stato ideato il censimento delle fattorie, che indubbiamente sono imprese, anche se con caratteristiche particolari. È stato condotto per vari anni, con contributi statali e l’impiego di ricercatori esterni. Abbiamo potuto coprire le province di Grosseto, Siena e Firenze, mentre ci siamo fermati in quella di Arezzo per la cessazione del contributo. Sono così stati individuati molti archivi, talora comprensivi di documentazione familiare, alcuni dei quali sono stati dichiarati. Talora noi stessi abbiamo compiuto l’ordinamento. In un caso è stato individuato l’archivio della famiglia Libri, importante archivio risalente al XIV secolo, fino allora sconosciuto, emerso in conseguenza di un nostro avviso pubblicato sulla rivista di una Unione agricola.
Nei progetti di mero censimento va ricordato, oltre a quello, modesto, sugli archivi delle banche, quello sugli archivi della moda. Non amo molto parlare di questo, perché i risultati in termini propriamente archivistici non furono secondo me brillanti. Documenti veri non ne trovammo tanti e nessun archivio fu dichiarato. Uno solo sarebbe meritevole di dichiarazione, ma la consegna era che, in questo caso, non ci si doveva imporre sul proprietario. Credo che l’archivistica debba avere come oggetto la documentazione scritta, disegnata o anche registrata o riprodotta su nastri, dischi, tracciati o supporti sensibili di tipo ottico, e non altro. So che tutto può servire alla memoria, ma non per questo deve essere oggetto della nostra disciplina. Ho molti dubbi sugli archivi del prodotto, che sono generalmente costituiti da elementi di una serie di oggetti tutti uguali di cui per avventura si conserva un esemplare. Mi riesce impossibile pensare che una macchina da cucire, un foulard, un vestito, siano documenti archivistici. In fondo ci sono tanti documenti veri, sconosciuti, da censire e salvare per il domani …

PROSPETTO DEGLI ARCHIVI D’IMPRESA CONSERVATI NEGLI ARCHIVI DI STATO TOSCANI

 PROSPETTO DEGLI ARCHIVI D’IMPRESA CONSERVATI NEGLI ARCHIVI COMUNALI TOSCANI

Per saperne di più

Archivio video di storia orale
Parco Museo minerario di Abbadia San Salvatore
Gli archivi minerari di Massa Marittima, a cura di Simonetta Soldatini e Roberta Pieraccioli, luglio 2017
Per il progetto della Fondazione Piaggio cfr. Alla scoperta delle carte Storia, innovazione e design nell’archivio d’impresa, a cura di Fanfani, Tommaso – Ghelli, Francesco in: “Quaderni della Fondazione Piaggio”, n.s., II (2004).
Per l’elenco di consistenza dell’archivio della Fattoria di Malintoppo (San Quirico d’Orcia, Siena)
Archivi d’impresa. Un archivista militante di Renato Delfiol

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