Lacune degli archivi, lacune della memoria?

Un piccolo gruppo di colleghi e amici italiani, francesi e svizzeri si è riunito ad Avignone nei giorni 17-19 ottobre 2019 per il IX° incontro degli archivisti dell’Arco Alpino occidentale.
Il tema, suggerito due anni fa durante l’incontro di Torre Pellice, ha messo al centro dell’attenzione la consapevolezza che la massa di archivi storici non potrà mai coprire l’intero campo delle testimonianze prodotte o auspicate. Se dunque il complesso degli archivi è sempre più o meno frammentario, si devono accettare le lacune della memoria che ne conseguono?

Gli archivisti non ignorano che il lavoro degli storici consiste sovente nel ricostruire un passato a partire da esili tracce, da relitti documentari e da fonti incomplete.
D’altra parte c’è diversità tra storia in quanto investigazione professionale, risultato di confronto tra specialisti, e memoria collettiva che tende ad essere selettiva, smemorata e inventiva. Malgrado i suoi difetti, la memoria collettiva rimane importante per fondare la coesione sociale, per comprendere i caratteri e l’evoluzione di una comunità. La memoria collettiva tuttavia può ignorare dei fatti benché questi siano documentati negli archivi.
Questa mancata corrispondenza tra archivi e coscienza collettiva è forse colpa degli archivisti, per mancanza di inventari, o presenza di descrizioni troppo vaghe o condizioni di consultazione troppo restrittive? Oppure bisogna pensare che quella coscienza collettiva così smemorata sia vittima della manipolazione dell’opinione pubblica, o di una rimozione spontanea imputabile alla cattiva coscienza sociale, oppure che sia frutto di una memoria riconciliata o pacificata che esige di non insistere troppo su ciò che è stato perdonato?

Al convegno di Avignone la riflessione degli archivisti è stata orientata sull’origine di tali lacune, sul loro significato e sulla possibilità di governarle alla fonte o di farne una scelta deliberata o ancora di portarvi rimedio in seguito.
In primo luogo ci si è dedicati alla problematica degli archivi pubblici, dove la responsabilità dei produttori e dei conservatori di garantire la salvaguardia dei diritti, e la trasparenza amministrativa necessaria a una società democratica, si collocano in un quadro giuridico relativamente chiaro, benché ammetta una grande variabilità di applicazioni concrete.

Portando alcuni esempi significativi, si è tentata una analisi delle lacune che si constatano oggi negli archivi accumulati nei depositi pubblici, come conseguenze di scelte o di disavventure del passato, e si sono poi considerate le prassi archivistiche di selezione e scarto, e le lacune prodotte volontariamente al fine di meglio conservare ciò che si è deciso di tenere. Questo anche nel campo degli archivi nativamente digitali, la cui conservazione deve essere programmata al momento stesso della creazione perché più costosa e complessa di quanto normalmente si creda. Come noto infatti essa richiede azioni costanti di manutenzione, in assenza delle quali gli archivi si sciolgono come neve al sole.

Si sono poi presi in considerazione gli archivi privati, per i quali produttori e proprietari hanno vincoli giuridici deboli o nulli e sono in conseguenza tentati di selezionare le testimonianze delle loro attività in funzione non soltanto dell’interesse immediato, ma anche della durevole immagine che desiderano trasmettere di sé stessi. Lo studio di queste costruzioni artificiali della propria storia è di grande interesse per comprendere i timori e le pulsioni segrete che ossessionano tanti attori sociali.

Infine si è rivolta l’attenzione ai modi per colmare le lacune degli archivi ricorrendo alla rete di relazioni tra le fonti, che si illuminano reciprocamente – lavoro dell’archivista – e allo sforzo interpretativo tipico del lavoro dello storico.
Poiché l’organizzazione degli incontri degli archivisti dell’Arco Alpino si basa esclusivamente su rapporti amichevoli di collaborazione tra colleghi (in questo caso la generosa ospitante è stata Christine Martella, direttrice degli Archivi dipartimentali di Vaucluse), la pubblicazione degli atti deve essere di volta in volta inventata.

Le riviste delle tre associazioni nazionali degli archivisti hanno in taluni casi ospitato gli atti.

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