«Liberazione, sempre»

L’accezione generale, riportata in testa alla voce liberazione in tutti i dizionari e qui ripresa dal Battaglia, fa riferimento alle radici concettuali e storiche della parola: «Attribuzione della libertà, della condizione giuridica di libero a chi si trova in stato di schiavitù e di servitù (o, comunque, di soggezione); emancipazione».

In particolare, nell’antica Roma, liberi erano i cittadini che godevano dei pieni diritti civili, distinguendosi dagli schiavi (che ne erano totalmente privi) e dai liberti (che ne erano privi in parte, anche se erano stati affrancati dalla condizione di schiavitù per volontà del padrone o, durante l’Impero, del magistrato). All’aggettivo (poi sostantivato) liber (m.), libĕra (f.) libĕrum (neutro) sono collegati in latino il verbo liberare e il tardo liberatio –onis (da cui liberazione).

Liberazione ha molte accezioni e sfumature di significato. In particolare, più specifica e ristretta, ma importante sotto il profilo politico e storico, è quella di «conquista o conseguimento della libertà esterna o interna da parte di una nazione; conseguimento, per lo più attraverso lotte armate, dell’indipendenza e dell’unità di un paese» (Battaglia).

Pensa all’urbe di Roma antica come caput mundi e per metonimia come l’intera istituzione statuale Dante Alighieri, quando si rifà ai libri dell’Ab urbe condita dello storico romano Tito Livio, nel Convivio (IV-V, 15). Dante evoca la figura di Furio Camillo, il patrizio noto come “secondo fondatore di Roma”, che, rientrato dall’esilio volontario di Ardea, nel 390 a. C. liberò Roma dai Galli per poi ritirarsi nuovamente dalla scena pubblica: «Chi dirà di Cammillo, bandeggiato e cacciato in essilio, essere venuto a liberare Roma contra li suoi nimici, e dopo la sua liberazione, spontaneamente essere ritornato in essilio per non offendere la senatoria autoritade, sanza divina istigazione?».

Tra la liberazione con l’iniziale minuscola e Liberazione con la maiuscola c’è un pezzo importante della storia d’Italia e d’Europa.

Sempre nel Battaglia, all’interno della voce liberazione, si dedica un’intera accezione proprio alla liberazione come fatto storico avvenuto nella parte conclusiva della Seconda guerra mondiale (che per questo motivo può quindi scriversi anche con l’iniziale maiuscola): «Lotta armata condotta durante l’ultima parte (1943-1945) della Seconda guerra mondiale, in collaborazione con le forze armate delle potenze alleate anglo-americane, dalle forze partigiane e dagli eserciti ricostituiti dei Paesi europei occupati e oppressi dalla Germania nazista, per espellere le forze d’occupazione, abbattere i regimi collaborazionisti da essa instaurati, ripristinare l’indipendenza nazionale nel quadro di un nuovo ordine mondiale e fondare un regime di libertà politica e di rinnovamento sociale (guerra di liberazione), gli eventi che accaddero in tale lotta, il periodo in cui si svolse; il momento culminante del successo politico-militare di tale lotta (e il termine comporta forti connotazioni ideologiche ed emotive, positive per le forze politiche democratiche e progressiste, negative per quelle conservatrici o di estrema destra)».

In questo àmbito, la locuzione guerra di liberazione, già lemmatizzata nella seconda metà dell’Ottocento nel Dizionario della lingua italiana del Tommaseo-Bellini (s. v. liberazione), si ridefinisce e precisa semanticamente. Evocata in Parlamento dai banchi dell’opposizione in un discorso parlamentare dell’ottobre del 1948 dal segretario del Partito comunista italiano Palmiro Togliatti, la guerra di liberazione viene presentata come simbolo dell’unità delle forze popolari che, attraverso la Resistenza, avevano reso possibile la nascita della Repubblica italiana: «Il paese è profondamente preoccupato, e noi sentiamo che è nostro dovere avvicinarci a tutti coloro che nutrono questa preoccupazione, qualunque sia il motivo che li spinge, per trovare un terreno aperto d'intesa, di azione comune, per far rivivere gli ideali per i quali abbiamo combattuto nella guerra di liberazione, per realizzare questi ideali».

I dizionari italiani riportano tutta una serie di locuzioni legate agli eventi bellici di ottant’anni fa, in cui è presente la parola liberazione; tra queste locuzioni, Comitato di Liberazione Nazionale (CNL), forze di liberazione, lotta di liberazione, esercito volontario di liberazione nazionale e festa della liberazione.

Comitato di Liberazione Nazionale rappresenta l’«[u]nione dei partiti e movimenti politici che in Italia e, con lo stesso nome o nomi simili, anche all'estero (Francia, Belgio, Olanda, ecc.) diresse e coordinò la resistenza contro gli occupanti tedeschi e i loro sostenitori indigeni nell'ultima fase della seconda Guerra mondiale e che, a liberazione avvenuta per opera propria e delle truppe delle Nazioni alleate, costituì il primo nucleo di governo» (Mario Delle Piane).

Con l’espressione forze di liberazione ci si riferisce alle formazioni partigiane del Nord e del Centro Italia poste sotto il comando centrale del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) e che animarono la Resistenza e la guerra di liberazione. Indicati come banditi dalla propaganda nazi-fascista, i partigiani spesso rivendicavano con orgoglio l’appellativo spregiativo: Portiamo l'Italia nel cuore (Che importa se ci chiaman banditi?)‎ è il titolo di una canzone di Silvio Ortona e Nino Banchieri, partigiani della Seconda Brigata d'assalto Garibaldi ‎‎”Ermanno Angiono (Pensiero)”. Nel testo ricorre più volte una parola corradicale di liberazione, vale a dire libertà: «Portiamo l'Italia nel cuore, / abbiamo il moschetto alla mano, / a morte il tedesco invasore, / ché noi vogliamo la libertà».

Lotta di liberazione: «in Italia, la Resistenza (con uso assoluto, la liberazione, e più spesso la Liberazione, con iniziale maiuscola), la fine dell’occupazione tedesca e la caduta dei governi collaborazionisti, nei paesi invasi nel corso della seconda guerra mondiale, per le vittorie degli Alleati e l’azione dei movimenti partigiani» (vocabolario Treccani).

All’8 settembre 1943, il giorno dell'annuncio dell’armistizio con gli Alleati, era seguito l’improvviso “sciogliete le righe” dell’esercito italiano. Una parte dei soldati entrò successivamente nelle bande partigiane (soprattutto nel Nord Italia); un’altra combatté contro la Germania nazista, in collaborazione con le forze alleate, nell’esercito volontario di liberazione nazionale, quello del Regno d’Italia, ricostituitosi al Sud dopo l’8 settembre.
 
La festa della liberazione, quella del 25 aprile, fu istituita il 22 aprile del 1946, su proposta del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, tramite decreto legislativo, emanato da Re Umberto II, ancora principe e luogotenente del Regno d’Italia: pochi giorni dopo l’esito del referendum del 2 giugno sulla forma di governo, il Savoia lasciò l’Italia e riparò a Cascais, in Portogallo.  Il decreto legislativo luogotenenziale Disposizioni in materia di ricorrenze festive recitava: «A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale». Fu poi la legge 260 del 27 maggio 1949 a istituzionalizzare come festa nazionale la giornata del 25 aprile, durante la quale, ogni anno, si tengono in tutte le città italiane manifestazioni pubbliche in memoria della liberazione dell’Italia.

Nel 2017 la Direzione Generale Archivi ha avviato un progetto, attraverso l’Istituto Centrale per gli Archivi, per rendere accessibili le schede relative alle richieste di riconoscimento delle qualifiche partigiane conservate nel fondo Ricompart presso l’Archivio Centrale dello Stato. Dal 15 dicembre 2020 il portale I partigiani d’Italia è pubblicamente e stabilmente consultabile. L’utente, dopo essersi registrato, può accedere ai dati e alle riproduzioni digitali delle schede originali.

«Tra le varie tipologie documentarie che costituiscono il fondo si è scelto […] di riprodurre in digitale la serie delle schede riassuntive che gli uffici delle Commissioni avevano prodotto. Tali schede, infatti, ordinate alfabeticamente, possono costituire lo strumento per risalire dal nome della persona, che aveva presentato domanda di riconoscimento, ai fascicoli personali conservati nell’archivio Ricompart. Il d.l.l. 21 agosto 1945, n. 518 stabiliva criteri precisi per la concessione della qualifica di partigiano “caduto”, “combattente”, “invalido” o “mutilato” e della qualifica di “patriota” per tutti coloro che tra il 1943 e il 1945 avevano “collaborato o contribuito attivamente alla lotta di liberazione, sia militando nelle formazioni partigiane per un periodo minore di quello previsto, sia prestando costante e notevole aiuto alle formazioni partigiane” (art. 10). Sono anche presenti le pratiche dei non riconosciuti e quelle non accettate» (il portale I partigiani d’Italia).

A Roma, in via Tasso 145, si trova il Museo Storico della Liberazione. Durante i mesi dell’occupazione nazifascista della capitale (10 settembre 1943 – 4 giugno 1944), i locali di quell’edificio ospitavano il Comando del Servizio di Sicurezza delle SS, sotto la guida di Herbert Kappler.

«Era il luogo dove si veniva portati, anche senza motivo, interrogati, detenuti e torturati e da cui si poteva uscire destinati al carcere di Regina Coeli, al Tribunale di guerra (condanne al carcere in Germania o alla fucilazione a Forte Bravetta), alla deportazione, oppure, come accadde per molti, alle Fosse Ardeatine. Passarono per via Tasso circa duemila tra donne e uomini, partigiani, militari e cittadini comuni. Dopo la Liberazione l'edificio fu occupato da sfollati, finché negli anni ‘50 la proprietaria donò allo Stato quattro appartamenti con l'esplicita clausola che vi si dovesse creare il Museo Storico della Liberazione, che fu inaugurato il 4 giugno 1955 e istituito come ente pubblico autonomo con legge 14 aprile 1957, n. 277».

«È un museo del tutto particolare, in quanto è esso stesso documento storico, dal momento che al suo interno avvennero alcuni degli episodi più tragici della Resistenza romana […]»; «ha per fine di assicurare al patrimonio storico nazionale la più completa ed ordinata documentazione degli eventi storici nei quali si concentrò e si svolse la lotta per la liberazione di Roma […]» (il sito Museo Storico della Liberazione).

Chi non conosce Bella ciao? Canzone nota in tutto il mondo, indissolubilmente legata alla Resistenza italiana, inno della libertà per antonomasia, tradotta e adattata per decenni, decontestualizzata e talvolta svuotata di significato, Bella ciao non era probabilmente sulla bocca di tutti. Come spiega Ilaria Romeo, responsabile dell’Archivio storico CGIL nazionale, «[…] Bella ciao è diventata l’inno ufficiale della Resistenza solo anni dopo la fine della guerra. La canzone dei partigiani era Fischia il vento, troppo legata alle formazioni comuniste per essere assunta nell’Italia della guerra fredda a simbolo della Liberazione. “Fischia il vento - scriveva Franco Fabbri - ha il 'difetto' di essere basata su una melodia russa, di contenere espliciti riferimenti socialcomunisti, di essere stata cantata soprattutto dai garibaldini. Bella ciao è – ironia della sorte – più 'corretta', politicamente e perfino culturalmente”».

Come ha scritto David Sassoli all’ANPI nel 2020, «il 25 aprile è la festa che ci ricorda i valori su cui è fondata la nostra Repubblica: l'antifascismo, la libertà e la democrazia. È il giorno in cui ogni anno, oltre a celebrare la Liberazione d'Italia dal regime fascista e dall'occupazione militare tedesca, si ricorda il sacrificio e la resistenza di un popolo che, stremato da anni di guerra e ingiustizie, riuscì a riscoprire la sua libertà e a riconquistare la sua indipendenza.
Oggi, in occasione del 75esimo anniversario, al doveroso riconoscimento per il coraggio di chi ha combattuto eroicamente contro il nazifascismo ed è caduto in nome della libertà e della giustizia, è necessario riaffermare con chiarezza e determinazione i valori fondanti della Resistenza che sono alla base della nostra Repubblica e della nostra Costituzione, nonché prerequisito irrinunciabile della nostra vita democratica.
Senza memoria non può esserci futuro. Sapere da dove veniamo è fondamentale per comprendere dove possiamo e dove vogliamo andare. Perché la democrazia, al pari della libertà, non è mai conquistata una volta per tutte. È un patrimonio immenso che ci è stato consegnato e che abbiamo il dovere di proteggere e di trasmettere alle generazioni future.
[…] Come ha scritto Umberto Eco, “la libertà e la liberazione sono un compito che non finisce mai”. A nome del Parlamento europeo voglio ringraziarvi per il vostro grande impegno nel tenere viva la memoria della liberazione, in Italia e in Europa. Insieme a voi, il nostro sforzo, la nostra lotta e la nostra responsabilità devono continuare».

Per saperne di più
Tommaseo-Bellini = Niccolò Tommaseo-Bernardo Bellini, Dizionario della lingua italiana, L’Unione tipografico-editrice, Torino, 1861-1879
Voce liberazione nel Grande dizionario della lingua italiana, diretto da Salvatore Battaglia, Utet, Torino, 1966-2002 (e appendici del 2004 e 2009).
Voce liberazione, Vocabolario Treccani.it
Palmiro Togliatti, Intervento alla Camera dei Deputati, seduta del 12 ottobre 1948.
Mario Delle Piane, Comitato di Liberazione Nazionale, in Enciclopedia Italiana - II Appendice (1948), Treccani.it
Portiamo l'Italia nel cuore (Che importa se ci chiaman banditi?)‎, canzone partigiana di Silvio Ortona e Nino Banchieri
Il portale I partigiani d’Italia. Lo schedario delle commissioni per il riconoscimento degli uomini e delle donne della Resistenza
#generazioniribelli in ACS: Partigiani e partigiane nel Ricompart (05'40'', © ACS 2021)
Pasquale Orsini, Portale Partigiani d’Italia: lo stato dei lavori dopo la pubblicazione online
Maria Chiara Cozzi e Pasquale Orsini, Una nuova risorsa per la storia della Resistenza italiana. Il portale Partigiani d’Italia
Il portale del Museo storico della Liberazione
Ilaria Romeo, Otto cose che forse non sai sul 25 aprile
La vera storia di Bella ciao, Atlante, Treccani.it
Matteo Dominoni, L’altra Liberazione, Ilmanifesto.it
Emanuela Minucci, Cantiamo tutti “Bella Ciao”: la canzone salvavita che è diventata un inno internazionale, laStampa.it
David Sassoli, Il messaggio all'ANPI del Presidente del Parlamento Europeo, 25 aprile 2020

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