La classe non è acqua

Coppi e Bartali

Si definisce classificazione l’«[o]rdinamento di tutti i documenti che costituiscono il sistema documentario del soggetto secondo un piano di classificazione predeterminato. [la classificazione]: si basa sull’organizzazione funzionale dei documenti in unità complesse e stabili che riflettono il concreto lavoro amministrativo; è in grado di gestire il trattamento e il controllo di sistemi ibridi; fornisce elementi di conoscenza e gestione degli archivi informatici» (Linda Giuva).

Sul tema centrale della classificazione di archivio, come ha notato Mariella Guercio, tra gli specialisti persistono ambiguità terminologiche e concettuali: «L’ambiguità […] ha tuttavia in questo settore origini antiche e prescinde dalla dimensione informatica del sistema documentario (anche perché tali tematiche costituiscono un bagaglio ancora recente della professione): è, ad esempio, presente nella definizione stessa con cui gli standard internazionali e buona parte della dottrina definiscono il termine classificazione di archivio. Se si fa eccezione per la letteratura scientifica e professionale italiana e, in parte, di tradizione spagnola, non sono, infatti, né numerosi né qualificati i contributi teorici».
Verrebbe da dire, a fronte di un lavoro di approfondimento così complesso e stratificato, che le classi (di ordinamento archivistico) non sono acqua.

A proposito di acqua, si può pensare a una flotta che solchi il mare del sapere: le custodie adattate e congiunte tra di loro a formare scafi con chiglia, bompresso, timone, prua, poppa e alberi; le carte e le foto cucite come vele. L’idea della flotta, in realtà, riporta all’etimo remoto che sta dietro alla parola classificazione, la quale probabilmente traduce il francese classification, in tempi vicini a noi (la fine del Settecento): i tempi che porteranno all’edificazione di un organismo nazionale e statale, l’Impero napoleonico (con i suoi addentellati fuor di Francia), unificato dalla centralizzazione burocratico-amministrativa non meno che dalle baionette.

Classificazione è formata da due elementi che provengono dal nome latino clăsse(m) e dal suffisso -ficatione(m), a sua volta derivato dal verbo facĕre ‘fare’ (suffisso e verbo sempre latini): il significato generale è ‘formare delle classi, dividere in classi’. E clăsse(m), tra gli antichi Romani, voleva dire sia ‘gruppo in cui è diviso il popolo’ sia ‘flotta’ (classiāriu(m) era il soldato della flotta romana). Di questo secondo significato di classe si ricorderà Dante Alighieri (1265-1321), in un passo della Divina commedia: «Le poppe volgerà u’ son le prore, / sì che la classe correrà diretta» (Paradiso, canto XXVII). E il significato di ‘flotta’ rimarrà, confinato nella nostra lingua poetica, fino alla prima metà dell’Ottocento.

Allora, si imporrà nell’uso scritto quello di ‘gruppo in cui si ripartiscono animali, cose e simili, aventi caratteristiche comuni’. Il recupero del nome latino, ai fini di un nuovo tipo di catalogazione gerarchica del reale, era dovuto agli sforzi conoscitivi e terminologizzanti delle scienze naturali, tra Sei e Settecento. Nella zoologia, la classe sta tra il tipo e l'ordine: la classe degli insetti, dei mammiferi, degli uccelli, ecc.; in botanica, tra la divisione e l'ordine: la classe delle monocotiledoni (cui appartengono, per esempio, narcisi, gigli, tulipani e orchidee) o la classe delle dicotiledoni (come querce, meli, rose e cavoli).

Nel corso del Settecento, gli economisti adottarono il termine classe, nello sforzo di fondare una scienza delle relazioni economiche che avesse le stesse basi delle scienze naturali. In Francia, François Quesnay (1694-1774), scrisse di classe productive (classe produttiva), classe propriétaire (classe proprietaria), classe stérile (la classe dei distributori e trasformatori di ricchezza: commercianti e artigiani). Dopo la Rivoluzione francese, in Europa, grazie anche agli studi storici, la determinazione politico-sociale, e non solo economica, di classe renderà possibile l'interpretazione di Karl Marx (1818-1883), e poi dei marxisti otto e novecenteschi, secondo cui lo sviluppo delle forze produttive avrebbe determinato la crescita di una coscienza di classe nella classe proletaria e, in particolare, nella classe operaia salariata che lavora nelle fabbriche, tale da portare quest'ultima a un conflitto aperto (lotta di classe) contro la classe proprietaria dei mezzi di produzione (la borghesia capitalistica).  

Ma torniamo al modo di dire la classe non è acqua. L'origine di questa locuzione polirematica potrebbe essere rintracciata nel linguaggio dei commenti sportivi tra la fine degli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Sessanta del Novecento. Nello sport, classe significa 'abilità e stile in una disciplina sportiva'. In una serie di cronache (1955-1957), comparse nel quotidiano «Stampa sera», di alcuni ciclisti si dice che, nonostante l'età avanzata, sono validi perché «la classe non è acqua fresca», cioè non scivola giù o va via facilmente, quindi dileguandosi. Nel 1964, nello stesso quotidiano, si scrive di un calciatore che è lento, ma «la classe non è acqua». Dal linguaggio giornalistico e sportivo, il modo di dire si è poi esteso alla lingua comune.

È importante dividere in classi la realtà, è un’operazione che la mente raziocinante fa dagli albori della civiltà. Ciò vale anche per l’ordinamento di quella specifica porzione di realtà costituita dal flusso ininterrotto dei documenti prodotti dalle istituzioni umane. Anche se ciò, come ha scritto Claudio Magris (1939), risponde al «desiderio impossibile di opporre una barriera alla malvagità della sorte, di dominarla costringendola negli schemi della classificazione. Kafka e Canetti hanno raccontato grandiosamente questo nostalgico delirio dell'intelligenza che si barrica contro il mondo e perisce di asfissia per timore dell'uragano» (Danubio, 1986).

Per saperne di più

Linda Giuva, Elementi di archivistica e gestione documentale, Università degli studi di Siena (20-21 ottobre 2011)

Mariella Guercio, La classificazione nell'organizzazione dei sistemi documentari digitali: criticità e nuove prospettive

Francesca Zara, I calzini "nuovi" del principe Carlo: la classificazione in archivistica e il progetto Titulus

Per le citazioni e le etimologie, sono stati consultati:

lo Zingarelli 2022; Vocabolario Treccani.it; Nuovo Devoto-Oli (2022); Stazione lessicografica dell’Accademia della Crusca; DELI – Il nuovo etimologico Zanichelli (1999); Enciclopedia dei ragazzi Treccani; Il nuovo De Mauro.

 

 

Per commentare effettua il login
  • Nessun commento trovato
Powered by Komento