Fascicolo: dagli abissi alla carta

Fascicolo s. m. Unità archivistica costituita dai documenti relativi a un determinato affare, collocati - all'interno di una camicia o copertina - in ordine cronologico. Il fascicolo costituisce l'unità di base, indivisibile, di un archivio, mentre la busta, che contiene diversi fascicoli, si considera unità soltanto ai fini della conservazione materiale. 

Talora il fascicolo comprende documenti relativi ad affari diversi, o a questioni di carattere generale. Può essere articolato in sottofascicoli e inserti. Se l'archivio non è organizzato secondo criteri sistematici, è frequente trovare una pluralità di fascicoli miscellanei.
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Che cosa ne facciamo di un piccolo fascio di cose (dal latino fasciculus, forma diminutivale di fascis)? Si potrebbe dire che ogni idea di raccogliere, riunire e collegare singolarità distinte sia apprezzabile di per sé, se rappresenta il tentativo di organizzare entità individuali, anche disparate, in un sovrainsieme coerente, retto da un principio concettuale di coesione: nel vincolo reciproco e nella subordinazione a un ideale superiore di articolazione della realtà, le parti acquistano un nuovo senso, dialogano tra di loro, rafforzano le proprie qualità.

Senza, naturalmente, sottovalutare il vantaggio dei risvolti applicativi, come già sapevano anticamente, attenendosi alle ricette della medicina galenica: «contro a dollore di matricie, i fascicoli dell'aneto bollano nel vino e sieno inpiastrati», consigliava Zucchero Bencivenni (La santà [sanità, ndr] del corpo, Firenze, 1310), affinché l'effetto dell'aneto – erba che godeva di grande considerazione per le sue proprietà antalgiche già nel Talmud –, raggruppato in mazzetti (fascicoli), potesse esprimersi con più intensità per lenire la sofferenza della parte dolorante (la matricie, cioè l'utero).

Sulla stessa linea terapeutica si collocano gli accenni contenuti in altre opere trecentesche, come il volgarizzamento di un'epistola di San Girolamo ad Eustochio, opera di Domenico CavalcaFascicolo di mirra mi è lo diletto mio, e voglio, che dimori nel mio petto») o la Bibbia volgare, di area toscana («E pigliate un fascicolo d'isopo, e tignetelo nel sangue», Esodo 12, 21; l'issopo è pianta officinale mediterranea conosciuta da tempi antichissimi).
Decisamente antiterapeutico è l'uso del fascicolo vegetale in una novella delle Piacevoli notti (metà del Cinquecento) di Giovanni Francesco Straparola, in cui si narra della vendetta della giovane Emerenziana ai danni di Filenio, amante traditore: «In questo mezo Emerenziana fece raccogliere molti fascicoli di pongenti spine, e posele sotto la littiera dove la notte giaceva, e stette ad aspettare che lo amante venisse». E buona notte, Filenio!

Dalle erbette agli animali: il fascicolo può permettersi di accedere anche al regno animale, nella forma di una creatura estinta, vissuto 500 milioni di anni fa (Fasciculus Vesanus), il cui corpo – a giudicare dai resti fossili – era composto di fasce. L'eucariote, insomma, fu una primordiale unità archivistica genetica.
Non è innaturale, dunque, che, risalendo la scala evolutiva, dal fascicolo del Cambriano si arrivi agli esseri umani attuali del Neozoico. Fascicolo, infatti, può rappresentare un gruppo coeso di persone, perfino l'umanità intesa come eletta schiera di creature di Dio, come testimonia un passo dal libro di Amos, profeta, nella Bibbia volgare già citata: «Il quale edifica il suo salimento nel cielo, e lo suo fascicolo sopra la terra; il quale chiama l'acqua del mare, e [la] spande sopra la faccia della terra e lo suo nome lo si è Signore Iddio» (nell'originale latino, «fasciculum suum super terram fundavit»). Passando dall'uomo, per così dire, ai suoi contenuti, in un'accezione valida ancora oggi nel linguaggio medico, per fascicolo si intende un piccolo fascio di fibre nervose, muscolari, connettivali, che si sviluppa in senso longitudinale.

L'unico fascicolo di cui non abbiamo ancora scritto è, in qualche modo, quello oggi più noto e quasi ovvio. Prima di passare ad alcune testimonianze d'autore novecentesche, ricordiamo che, nell'accezione di 'piccolo libro od opuscolo di poche pagine; ogni singolo numero di una pubblicazione periodica o di un’opera edita in dispense successive' (De Mauro), fascicolo giunge a noi, dopo la rivoluzione politica, degli intelletti e della pubblicistica, come calco semantico del francese fascicule; nell'accezione, invece, di 'fascio di carte o documenti d’ufficio relativi a un medesimo argomento, pratica o procedura' (De Mauro), fascicolo è estrazione diretta e culta dal latino all'italiano, affermatasi pienamente nel Novecento, ma ha alle spalle il significato più generico di 'fascio di scritti e di documenti, legati insieme e contenuti in un'unica cartella', attestato sin dal Quattrocento.

Nel primo e, forse, più famoso romanzo di Sibilla Aleramo (1906), Una donna, il fascicolo, nel significato di quaderno, ha un valore simbolico: è uno dei personaggi muti di questo romanzo autobiografico, rappresenta il momento del cambiamento, della svolta nella vita della protagonista, che decide di raccontarsi e, di conseguenza, di liberarsi. Ecco quindi l’esortazione a scrivere da parte del marito, attraverso un gesto simbolico. «Mio marito, sempre più calmo, più deciso a star in pace, si preoccupava però dell’invicibile mio male che mi curvava a terra, insisteva perché mi dessi allo studio, perché scrivessi, magari le mie memorie, la storia del mio errore [...] Mi portò a casa un grosso fascicolo di carta bianca, che guardai sentendo il rossore salirmi alla fronte. Fino a quel punto poteva giungere l’incoscienza?».

Nel 1954, Mario Soldati, in un passo di Lettere da Capri, conferisce al fascicolo (mucchio di fogli) un’aura di mistero che, a partire dalla descrizione del "contenitore", anticipa in qualche modo l'essenza del contenuto. In una stazione ferroviaria avviene lo scambio di qualcosa tra il conduttore Borruso e Mario: solo in un secondo momento si scoprirà trattarsi di un dattiloscritto autobiografico (stesura unica e originale) dei tormenti amorosi di Harry, che non può essere affidato ad una banale spedizione postale, proprio perché di immenso valore. «Verso l’inizio del secondo mese, ricevetti questo telegramma da Harry: “Domani domenica ore 9 Gare de Lyon treno Roma pregoti ritirare personalmente dal conduttore carrozza letti numero 4 dattiloscritto soggetto grazie abbracci”. Perché non per posta? Il conduttore mi consegnò un fascicolo spesso, accuratamente incartato e legato, e una lettera».

Renato Candida, l’ufficiale che ispirò il personaggio del capitano Bellodi nel romanzo breve di Leonardo Sciascia Il giorno della civetta (1961), si espresse così quando ricevette una copia del romanzo: «Carissimo Nanà, ieri ho ricevuto il tuo Giorno della civetta e ne ho già letto una buona parte e in fretta, ché il racconto - questo bellissimo giallo vero - mi ha preso alla gola, come si dice» (in Nostro padre, il carabiniere del Giorno della civetta, di Bruno Quaranta, La Stampa, 10 novembre 2016). Un giallo vero, dunque, in cui Sciascia si riferisce al fascicolo, attingendo proprio all’àmbito semantico del diritto processuale: «Io ho avuto tra le mani, nel ventisette, il suo fascicolo: più grosso di questo libro – indicò un volume del Bentini – e si poteva cavarne fuori una enciclopedia criminale: non mancava niente, dalla a, abigeato, alla zeta, zuffa... Quel fascicolo poi, fortunatamente, scomparve... No, non fare quell'occhio di sarda morta: non ci ho avuto mano io, a farlo scomparire; altri amici, piú grossi di me, hanno fatto il giuoco delle tre carte, con quel fascicolo; da questo ufficio a quello, da quello a questo: e il procuratore del re, un uomo terribile ricordo, se lo è visto sparire da sotto il naso...» 

Dall'intelligenza investigativa di Sciascia, dimostrata anche nell'Affaire Moro (1978), a quella di chi, ancora oggi, si occupa, come storico, dei grandi segreti italiani: «In effetti, la Commissione Moro già nel 1995 pubblicò un fascicolo "Riservato. Segretissimo" che riassumeva l'attività documentabile e raccontabile del Sismi durante il sequestro e, nel 1996, dei supporti informativi del Sisde» (Miguel Gotor, La Repubblica, 23 giugno 2011).

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