Le Soprintendenze e la tutela degli archivi di impresa: due nodi da affrontare #archivid'impresa

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In Italia gli archivi di impresa riconosciuti di valore particolarmente rilevante sono alcune centinaia, ma sarebbero molti di più, migliaia forse, se fossimo in grado di agire per tempo, rilevarli e valorizzarli prima della loro definitiva perdita.

Si tratta di un patrimonio culturale che può avere sviluppi inaspettati con ricadute positive, non solo su una ristretta schiera di studiosi, ma anche su un  pubblico più vasto, che vi ritroverebbe la memoria e il senso del lavoro, dell'ingegno e dell'imprenditoria.
L'esistenza di questo patrimonio è sconosciuta ai più, ma sempre suscita interesse e stupore nel pubblico ogni volta che si riesce a mostrare la ricchezza dei documenti, degli oggetti, della grafica che tali archivi conservano.

Vi sono, tuttavia, due fondamentali nodi che andrebbero risolti: da un lato il quadro normativo, che risulta scarsamente efficace, talvolta controproducente e privo di un concreto sistema di incentivi e dall'altro l'assenza di formazione specifica dei funzionari che tale tutela devono (dovrebbero) esercitare.

L'attuale normativa sugli archivi privati considera le imprese alla stregua di persone o famiglie. Le imprese, però, non sono individui: anche se a conduzione familiare, sono sempre organizzazioni inserite in filiere e mercati di grandi dimensioni. Riguardo al processo di produzione e conservazione dei loro archivi, le imprese sono organismi complessi che operano in condizioni costantemente turbolente. L'appiattimento dell'archivio di impresa sul modello di quello di persona o famiglia ostacola l'attività di tutela. Le azioni delle Soprintendenze archivistiche (dal censimento all'inventariazione, alla dichiarazione di valore storico con i conseguenti obblighi, divieti e procedure autorizzative) non si basano su un sistema di valori condivisi dalle aziende. Al contrario Ministero e aziende sono universi separati e incomunicanti: da parte del MiBACT si considera l'archivio un bene statico, definito una volta per tutte, da proteggere da ogni intervento modificativo; dal punto di vista dell'impresa è un bene strumentale e fluido che quando diventa storico perde la sua funzione riducendosi ad asset non strategico.

Ci può essere un terreno di incontro? Si può fare in modo che, per le imprese, l'archivio divenga qualcosa di più di un simbolo per fregiarsi di un'aura di antichità e sia invece una risorsa per comunicare agli attuali dipendenti, dirigenti e clienti lo spessore della propria storia imprenditoriale, le capacità e le intelligenze messe in campo? E sul versante degli organi di tutela può esserci un approccio meno ingessato, che offra collaborazione e consulenza qualificate in luogo dell'occhiuta sorveglianza di un guardalinee pronto a fischiare il fuorigioco?

Questo terreno di incontro andrebbe costruito su un substrato di valori condivisi (l'eccellenza del lavoro e dell'imprenditoria del nostro Paese) su cui far crescere un sistema di incentivi commisurati all'impegno di risorse aziendali investite non solo in archivi storici “cristallizzati”. Si dovrebbero cioè premiare le imprese che programmano continui arricchimenti di tali archivi con nuovi versamenti. Andrebbe sostenuto l'investimento delle aziende che attribuiscono all'archivio storico una funzione generativa di nuova cultura di impresa, necessaria sia al loro personale interno sia a quello della filiera in cui l'azienda è inserita.

Per costruire un costruttivo rapporto tra imprese e organi di tutela è essenziale che si formi una nuova leva di funzionari in grado di capire il contenuto dei documenti e dell'archivio del prodotto. E  qui vengo alla seconda questione: gli archivisti di Stato delle Soprintendenze archivistiche non sono né selezionati né formati per tale compito. Andrebbe quindi costruito un apposito percorso formativo per un gruppo di funzionari da specializzare in archivistica di impresa; tale bagaglio professionale dovrebbe essere obbligatorio per chi esercita l'attività di tutela nelle Soprintendenze, ma sarebbe altresì auspicabile per il personale delle Regioni incaricato di seguire l'attività di valorizzazione del patrimonio culturale delle imprese.

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