L’EUR di Virgilio Testa tra le carte dell’archivio di Giorgio Biuso

L’Archivio centrale dello Stato ha di recente arricchito il suo patrimonio di archivi di architetti ed ingegneri in seguito all’acquisizione, a titolo di donazione, dell’archivio Giorgio Biuso

Nato nel 1927 a Roma, dove compì la sua formazione e i suoi studi di ingegneria, Biuso divenne capo dell’Ufficio Ispettorato edilizio e segretario della Commissione edilizia e urbanistica dell’Ente EUR che, sotto il coordinamento di Virgilio Testa, si prefiggeva lo scopo di completare gli edifici dell’E42, trasformando ciò che dopo la Seconda guerra mondiale appariva una distesa di edifici incompiuti e abbandonati nel più moderno e organizzato quartiere di Roma.
L’archivio Biuso, descritto in un contributo pubblicato nel recente volume Nuove fonti per la storia d’Italia (De Luca 2018), conserva memoria di una lunga e ricca attività professionale durata più di sessant’anni, che si può ripercorrere nei piani urbanistici e nei progetti di opere pubbliche, edifici residenziali e religiosi non solo in Italia ma anche in Arabia Saudita, Brasile, Grecia, Iran, Marocco, Stati Uniti e Venezuela. Ma l’archivio, reso fruibile oggi grazie all’inventario curato da Nadia De Conciliis, è soprattutto una preziosa testimonianza della storia più recente dell’EUR. Esso risulta costituito da circa 110 rotoli di lucidi originali e 40 fascicoli contenenti relazioni tecniche, appunti, disegni, schizzi, fotografie, saggi e corrispondenza relativamente a 64 progetti tra opere pubbliche e committenze private, dal 1950 al 1993. Molti anche i ritagli stampa, le notazioni diaristiche e altra corrispondenza che giunge fino ad oggi. La donazione dell’archivio è tuttora arricchita da continui ricordi e aneddoti della sua esperienza all’EUR al fianco di Virgilio Testa, dei quali vogliamo qui per la prima volta dare conto nell’intervista che segue, rilasciata da Biuso contestualmente all’acquisizione della documentazione da parte dell’Archivio centrale dello Stato. Si tratta di una preziosa testimonianza orale che aiuta a precisare l’apporto dell’ingegnere all’opera di costruzione del quartiere romano.

Ingegner Biuso, Lei è l’ultimo protagonista vivente di quell’evento urbanistico che è stata la realizzazione del Centro direzionale di Roma all’EUR. Come e quando nacque questa idea?
A questo proposito non posso fare a meno di raccontare un aneddoto che mi fu riferito da Virgilio Testa. Nei primi anni Cinquanta, l’allora Presidente del consiglio Alcide De Gasperi, nell’attraversare l’EUR in automobile in compagnia di un giovane Giulio Andreotti, scorse alcuni operai che caricavano blocchi di marmo, alcuni dei quali finemente scolpiti. Le strade erano appena tracciate, qualche edificio risultava costruito a metà e interi campi erano ingombri di marmi accatastati. Informato dall’autista che l’EUR si era trasformato in una vera e propria “cava di marmi” per i costruttori romani, De Gasperi chiese al suo giovane segretario di provvedere subito per porre fine a questo scempio.
Fu proprio in questo frangente che fu chiamato Virgilio Testa, il quale venne nominato Commissario straordinario dell’Ente EUR. Anche se in realtà l’aggettivo “straordinario” lo infastidiva non poco, nei lunghi anni di dirigenza Testa seppe dimostrarsi realmente tale. Infatti in poco più di quindici anni trasformò ciò che all’inizio appariva poco più che un ammasso di ruderi in un centro direzionale in grado oggi di ospitare più di 50.000 impiegati e oltre 15.000 abitanti, senza aver mai richiesto a un ufficio pubblico l’esborso di un centesimo.
Testa ci ingaggiò con stipendi da fame, è vero, ma ci offrì anche la possibilità di continuare nel pomeriggio a lavorare nei nostri studi professionali, sempre a condizione che i progetti ricadessero al di fuori del territorio che noi controllavamo in qualità di funzionari dello Stato.
Iniziammo a progettare il nuovo assetto urbano secondo l’idea di Testa, che era quella di creare una città-parco nell’area a sud di Roma che era stata destinata da Mussolini all’E42. Fu allestita una mostra sull’agricoltura che si rivelò un vero successo: quella zona, fino ad allora considerata estrema periferia e un deposito di “ruderi moderni”, dopo un solo anno poteva vantare il Palazzo dei Congressi quasi ultimato e le strade per lo più asfaltate. Il piano di fabbricazione venne poi fatto approvare da Testa dalla Commissione Urbanistica del Comune di Roma.
Per poter finanziare i lavori di completamento degli edifici iniziati prima della guerra Testa ci fece lottizzare, con l’aiuto di Piacentini, le aree edificabili dell’impianto urbanistico. Va detto subito che non fu cosa facile: i palazzinari romani ci odiavano per i bassi prezzi dei lotti che mettevamo sul mercato, entrando pesantemente in concorrenza con chi speculava sull’incremento di valore economico delle aree fabbricabili. Testa, che era previdente, temendo critiche e un pericoloso abusivismo, nominò una “commissione stime” per la valutazione dei prezzi di vendita dei lotti fabbricabili e vendette i terreni con le clausole contrattuali altius non tollendi che vincolavano le cubature, le altezze e i distacchi dei fabbricati dai confini. Ciascun proprietario di immobile era in questo modo legato ai suoi vicini dalle medesime obbligazioni, creando una catena di vincoli ancora efficiente che permette a tutti di rivolgersi al giudice in caso di alterazione del fabbricato con interventi abusivi.

Quale ricordo conserva del lavoro svolto in quegli anni dall’Ente diretto da Testa?
Ricordo i geometri che correvano a picchettare, le imprese edili in fermento e problemi continui da risolvere ma ricordo anche un entusiasmo che non mancava mai. Guido Marinucci e Ciro Cicconcelli curavano la rappresentazione dei progetti dei servizi e Raffaele de Vico la progettazione dei giardini, ma solo Calza Bini manteneva rapporti diretti con Testa. Esistevano anche la Direzione dei Servizi tecnici per gli appalti delle strade e degli edifici, un Ufficio Contratti e un Ufficio Patrimonio.

Io, oltre a segretario della Commissione edilizia, avevo un compito di controllo, sovrintendevo l’Ufficio Ispettorato edilizio, e con me lavorava una ventina di geometri che stilavano schede dei cantieri dove erano annotate tutte le operazioni dei lavori, dai pali di fondazione alla chiusura dei lavori. Ero sempre presente, controllavo e siglavo dove si era arrivati, impedendo eventuali furberie dei costruttori. Per Testa contava molto il rispetto dell’interesse generale. Sapeva ascoltare sempre il consiglio di tutti ma, una volta presa una decisione, era risoluto a portarla avanti anche in modo autoritario perché sapeva che questo era l’unico modo per giungere a dei risultati. E in effetti dopo di lui le opere rimasero allo stadio di mera progettualità. E di progetti, essendo io poi diventato direttore dei Servizi architettura e urbanistica, ne avevo fatti tanti, come la messa in sicurezza del Palazzo dei Congressi, un grande edificio per uffici sulla Laurentina, il Centro Congressi sulle aree della Colombo accanto alla ex Fiera, la copertura del Velodromo, creando una struttura per lo sport e gli eventi di 50.000 posti, i primi studi del sottovia della Colombo. Nel 1976, dopo l’insediamento del nuovo Commissario in sostituzione di Virgilio Testa, nonostante i miei sforzi di portare avanti la sua stessa linea di condotta, fui messo in un Ufficio speciale sotto il controllo di un collega amministrativo. Ma proprio in quel momento capii che non avrei più potuto fare nulla di ciò che avrei voluto, e quindi riparai all’estero per quattro anni, guadagnando, peraltro, quattro volte quello che avevo percepito in Italia in trent’anni.

Quali fabbricati riusciste a ultimare e quali furono le nuove realizzazioni?
Dal 1952 al 1960, anno delle Olimpiadi, completammo, rispettando i vecchi progetti, i quattro edifici museali della allora Piazza Imperiale, il Palazzo dei Congressi di Libera, il Palazzo della Civiltà italiana di Mario Romano, Ernesto Bruno La Padula e Giovanni Guerrini, l’ospedale Sant’Eugenio di Dagoberto Ortensi, il Museo della Civiltà Romana, il complesso monumentale delle Forze armate di Mario De Renzi e Gino Pollini e Luigi Figini, che ospita ora l’Archivio centrale dello Stato, il lago dell’EUR, il ristorante di Ettore Rossi, i parchi pubblici e la chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Arnaldo Foschini. Per l’amministrazione dello Stato progettammo invece da zero il Ministero del commercio estero, il Ministero delle finanze, mentre per il quartiere le scuole e il serbatoio di carico, detto il Fungo, per servire l’impianto generale d’innaffiamento del verde.
Ma l’occasione più importante per accrescere il prestigio del quartiere giunse nel 1960, quando Roma fu designata a ospitare i giochi olimpici, in vista dei quali il CONI (Comitato olimpico nazionale italiano) fece edificare il Palasport di Pierluigi Nervi, il complesso dei campi da tennis, il velodromo olimpico di Cesare Ligini e la Piscina delle rose. Dieci anni dopo questi impianti sarebbero divenuti, per contratto, proprietà dell’Ente EUR.

Lei fu tra gli artefici della Piscina delle Rose per conto del CONI e del Ministero delle poste e telecomunicazioni, mentre ci risulta che nel quartiere potevate accettare incarichi di progettazione solo dall’Ente EUR dal quale dipendevate. Ci può spiegare come è stato possibile?
È vero, la domanda è pertinente, ma per Testa, quegli incarichi, retribuiti da altri ma approvati da lui, erano una sorta di compensazione per quei trent’anni di magri stipendi elargiti ai suoi dipendenti. Allo stesso tempo, secondo Testa, quelle progettazioni erano garanzia di qualità in quanto vi prendevano parte tecnici di sua fiducia. Così la progettazione del Ministero del commercio estero e delle Finanze fu affidata ai colleghi Guido Marinucci e Renato Venturi, il progetto del Fungo e della Scuola geometri al collega Sergio Varisco e il Ministero delle poste a me e a Pietro Ferri. In ogni caso, mentre i miei colleghi ebbero incarichi su diretta sollecitazione del nostro capo, a me fu affidato il progetto della Piscina delle rose e del Ministero delle poste direttamente dal CONI e dal Ministero delle poste.

Ha un ricordo in particolare che desidera raccontare?
Un giorno - credo fosse il 1956 - rovistando nei depositi tra i vecchi fascicoli d’archivio dell’Ente, mi trovai di fronte a una catasta di rotoli e disegni, tra i quali ve ne erano diversi di grande formato. Li srotolai e di fronte ai miei occhi uscirono i bozzetti al vero delle decorazioni dei Palazzi dell’E42 presentati ai concorsi da grandi artisti dell’epoca quali Sironi, Funi, Afro, Quaroni, Ferrazzi. Diedi notizia a Testa del ritrovamento, ma la ricerca di una sede di conservazione idonea per questo materiale fu rinviata a un momento successivo. Poco tempo dopo, a seguito di un forte maltempo, gli scantinati si allagarono e, ricordandomi di che cosa avevo visto giacere per terra, convocai tutti i miei venti collaboratori per mettere immediatamente in salvo i cartoni posizionandoli sulle scaffalature più alte. Grazie alla tempestività di quell’intervento ancora oggi possiamo godere di quegli straordinari disegni, e voi che oggi li custodite sapete bene quale sia la preziosità e l’importanza che questi disegni ebbero a partire dagli anni Ottanta negli studi sulla storia dell’EUR, in particolare nella ricostruzione delle vicende architettoniche e artistiche e in generale delle idee alla base dei progetti.

A lei un pensiero conclusivo.
Inutile dirvi quanto sia orgoglioso di aver partecipato a un’impresa, durata quasi quarant’anni, che ha donato alla città una struttura così imponente e apprezzata in tutto il mondo, che nel tempo ha mantenuto il suo fascino e che tuttora rappresenta una quinta scenografica ideale per la fotografia e il cinema. Quella stessa impresa, che fu portata avanti tra l’altro senza il contributo finanziario dello Stato o del Comune, ci ha inoltre lasciato in eredità numerosi servizi pubblici, la rete elettrica, la rete del gas, dell’acqua, delle fognature e il sistema di innaffiamento dei parchi, ma anche strade, scuole, ospedali, la piscina e 150 ettari di parchi, oltre a un patrimonio immenso di fabbricati e terreni fabbricabili.
Nel frattempo il glorioso piano regolatore del 1962 è stato accantonato, per la gioia degli speculatori. A me, ormai più che novantenne, non rimane altro che raccontare e trasmettere alle nuove generazioni ciò che onestamente ho imparato, con lo stesso entusiasmo con il quale lo vissi. Tengo a dirlo perché le insidie della corruzione si presentarono anche allora, ma non trovarono spazio nel nostro lavoro. In generale Virgilio Testa teneva a ricordare che non solo la pianificazione urbana dovrebbe essere affidata allo Stato, ma anche la realizzazione dei servizi e delle costruzioni che saranno acquistate dai cittadini. In conclusione posso rivelarvi, con grande soddisfazione, che ancora oggi vengo contattato da giovani laureandi desiderosi di conoscere da vicino la storia di questo quartiere: mi piace vederlo come il segno di rinnovato interesse per ciò che senz’altro è stato un eccezionale capitolo della storia urbanistica di questa città.

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