Archivi, miniere di storia. Intervista a Marco Mondini

Dal 5 ottobre «Archivi, miniere di storia» sta accompagnando gli spettatori di Rai Storia tra le sale e le carte di alcuni Archivi di Stato alla (ri)scoperta del patrimonio archivistico del nostro Paese. Il programma racconta in sette puntate altrettanti Archivi di Stato, prendendo in esame storie locali e nazionali attraverso i documenti che sono conservati in ciascuno di essi.

Per farci raccontare questa esperienza abbiamo intervistato il conduttore del programma, Marco Mondini.

Marco Mondini, è storico e ricercatore all'Università di Padova, dove insegna Military History e History of Conflicts, presso il Dipartimento di Scienze Politiche.


Quale è stata l’origine della trasmissione?

Marco Mondini: Archivi, miniere di storia nasce dall’incontro tra la direzione di RAI Storia e la Direzione Generale Archivi: da un lato con una rete televisiva dedicata alla storia (forse un caso unico in Europa) pronta a sfidare i gusti del pubblico con una trasmissione molto colta e molto analitica e, dall’altro, con una richiesta da parte dell’amministrazione archivistica di realizzare un programma dal taglio divulgativo sugli Archivi di Stato.

Come ha iniziato questa avventura negli Archivi di Stato da conduttore televisivo?

M.M: Io avevo già lavorato per Rai Storia come autore e per Archivi, miniere di storia la proposta di fare parte del team come conduttore è arrivata all’inizio della primavera mentre le riprese sono iniziate già a maggio. Quando mi parlarono per la prima volta del progetto, per sondare le prime reazioni, ho pensato di parlarne con dei colleghi storici stranieri: prima di tutto rimasero sorpresi all’idea che una televisione pubblica potesse realizzare una trasmissione intera sugli archivi; in secondo luogo mi sono ritrovato a dover spiegare meglio quale fosse l’organizzazione degli Archivi di Stato italiani, soprattutto ai colleghi anglofoni. Così ho raccontato loro che il mio compito era quello di selezionare una serie di archivi e raccontare contemporaneamente la storia della città e la storia della costruzione dello Stato nazionale italiano, attraverso il patrimonio archivistico. Sono rimasti ancora più stupefatti che la televisione pubblica italiana realizzasse una simile trasmissione.

Archivi miniere di storia

Come si è sviluppato poi il progetto?

M.M: La fase successiva è stata quella della scelta: quali archivi selezioniamo? Perché li scegliamo? Come gli scegliamo? Scegliere a priori gli Archivi di Stato ha voluto dire saltare a piè pari tutti gli altri tipi di archivio, come gli archivi comunali o quelli militari, e, avendo a disposizione solo sette puntate, non si può che raccontare un frammento e scegliere ha significato soprattutto escludere. Alcuni archivi erano già stati bene o male adocchiati, come ad esempio quello di Siena, mentre altri sono stati scelti per la loro monumentalità…

La scelta è stata condizionata anche dai documenti conservati?

M.M: In alcuni casi sì, e in questo senso la difficoltà maggiore è stata forse quella, concettuale, di riuscire a raccontare storie che intrecciassero due livelli, quello locale e quello nazionale, e che permettessero anche un approccio diacronico, e questo ovviamente ha comportato la decisione di raccontare storie e documenti diversi per ciascun archivio. Ad esempio a Siena ci siamo riusciti particolarmente bene, grazie al reperimento da parte di archivisti di questo straordinario fondo epistolare di Luigi Cadorna, a Bologna abbiamo affrontato la pagina del fascismo nascente, mentre a Torino ci siamo concentrati sui Savoia. Collegare tutte queste scansioni temporali non è stato semplice, e credo siamo riusciti a farlo quasi sempre, perché ci premeva molto raccontare la storia degli archivi per mostrare come in ciascuno di essi fosse presente in nuce non solo la storia di una città ma anche la storia di tutto il Paese.

Un tema che viene sottolineato, soprattutto nel trailer della trasmissione, è il binomio verità-autenticità in rapporto con i documenti conservati negli archivi. Quanto è stato importante questo concetto per la trasmissione?

M.M: Questa idea è stata centrale. La filosofia sottesa a questa trasmissione partiva da una constatazione comune tra tutti coloro che vi hanno lavorato: comunicare al pubblico il valore dell’autenticità e della lettura critica delle testimonianze. Ora questi tre concetti chiave (lettura critica, autenticità e testimonianze), possono sembrare abbastanza scontati a coloro che frequentano gli archivi, ma nel realizzare la trasmissione, eravamo convinti che il valore aggiunto sarebbe stato proprio quello di riportare al centro del discorso pubblico il problema di raccontare gli eventi del passato attraverso testimonianze che devono essere lette criticamente e che devono essere autentiche. E questo in un'epoca in cui la diffusione delle “fake news” e delle notizie “facili”, ha completamente destituito di legittimità “l'auctoritas” della testimonianza scritta e documentaria.

Come sono state le riprese della trasmissione? Gli archivisti come hanno reagito ad una troupe televisiva?

Marco Mondini

M.M: Non direi che hanno vissuto un’invasione, come spesso capita anche con i miei colleghi universitari, forse si potrebbe trovare un discrimine generazionale, le persone più vicine alla mia fascia d'età le ho trovate più a proprio agio con lo strumento televisivo. I funzionari più giovani sono stati molto più disinvolti davanti alla telecamera, con ovviamente tutte le eccezioni del caso. Alcune delle interviste che abbiamo svolto, come quelle a Napoli, le ricorderò come gli episodi assolutamente più divertenti… e al di fuori della battuta, questa è forse stata un'altra grande “scoperta”: frequento gli archivi da quando ero uno studente e ricordo come la rappresentazione comune dell’archivista fosse quella di una persona non particolarmente brillante, per quanto del tutto priva di fondamento. L’archivista non è, per usare la tipica battuta che facciamo a volte tra storici, la persona che è lì solo per impedirti di fare ricerca storica. L’archivista è, invece, la guida in questo mare di carta, una guida a nostra disposizione. Questa è una delle cose che mi ha fatto più piacere riscoprire durante la trasmissione e confido che questo messaggio sia riuscito a passare attraverso lo schermo.

Cosa vorreste che arrivasse al pubblico?

M.M: Noi, io, gli autori e il regista, ci siamo detti che ci sono due cose che ci piacerebbe rimanessero da questa trasmissione: la prima è che è necessario tornare all'idea della ricerca di una verità storica e di conseguenza per affrontare correttamente le testimonianze autentiche del passato servono studio e pazienza. L'altra è che esiste una sorta, senza essere troppo enfatico, di “ordine” di custodi di questa verità, che lavorano affinché i documenti siano sempre disponibili, ricercabili, contestualizzabili, e questi custodi sono gli archivisti. E sono loro le persone a cui si deve chiedere.

Riscoprire, o far scoprire, la professione di chi lavora negli archivi, quindi...

M.M: Ovviamente nel corso della trasmissione abbiamo intervistato persone che lavorano negli archivi: non solo archivisti di Stato, ma anche storici che hanno lavorato su materiali e fondi specifici. E in definitiva tutti erano lì a raccontarci cose che nessun altro avrebbe potuto raccontarci. E la questione non era che lo raccontassero a noi, ma che l’abbiano fatto per le migliaia e migliaia di spettatori che ci hanno seguiti e probabilmente non hanno mai messo piede dentro un archivio. Ora io non credo che la maggioranza di coloro che hanno visto o vedranno questa trasmissione domani andranno a fare una ricerca d'archivio (Ma perché no?). La trasmissione ha avuto forse il merito di ricordare che gli archivi sono lì a disposizione dei cittadini. In questo senso, noi abbiamo anche voluto mostrare che gli archivi non sono dei luoghi inaccessibili, e quello dell’inaccessibilità è un falso mito.

Come avete affrontato il problema di “raccontare” un archivio?

M.M: La sfida della trasmissione era quella di cercare di raccontare l’archivio attraverso il singolo caso, il singolo documento, ed è stata la difficoltà tecnica più rilevante. Noi non parlavamo degli archivi in generale, la scelta degli autori è stata quella di attirare l'attenzione dello spettatore “sulla carta” durante le interviste ad archivisti e storici, e questa è stata una sfida non da poco. Ed è stata una sfida secondo me vincente nel senso che se siamo riusciti ad oltrepassare le diffidenze (diciamo pure la potenziale noia) dello spettatore nei confronti dei depositi cartacei, è perché abbiamo parlato della singola carta e delle storie che essa testimonia.

Qual è la cosa più difficile da comunicare agli spettatori?

M.M: L’idea che una ricerca in archivio, per quanto possa sembrare difficile, è qualcosa di accessibile a chiunque abbia la pazienza e l’umiltà di mettere a disposizione il proprio tempo per andare a cercare tra le testimonianze e tra i documenti del passato. Perché questo è il problema: convincere tutti che è necessario affidarci a delle persone competenti che ci guidano “per mano". Proprio per questo è stato scelto “miniere di storia” come titolo della trasmissione: gli archivi come miniere di storia dove può accedere chiunque voglia lasciarsi guidare. Guidare da persone competenti, visto che gli archivisti sono negli Archivi di Stato per questo.

E il suo rapporto con gli archivi?

M.M: Il mio è un rapporto funzionale e frequento gli archivi, come dicevamo prima, da quando ero uno studente. Come si dice tra gli storici, ci sono due scuole: i feticisti dell'archivio e quelli che affermano che si possa fare ricerca anche senza. Bene io non appartengo a nessuna delle due. Nel senso che secondo me il documento d’archivio è ancora il “core business” della ricerca storica ma credo che comunque vada reso in qualche modo complementare rispetto alle altre tipologie di fonti. Detto questo per me l'archivio è il luogo deputato per fare ricerca vera e propria, il luogo dove si distinguono gli studiosi e dove si scopre chi è un vero storico e chi non lo è.

Durante le riprese è tornato in archivi che aveva già visitato?

Archivio di Stato di Torino

M.M: La trasmissione è stata per me un viaggio molto piacevole e sono anche tornato in luoghi dove avevo lavorato da studente come ad esempio all’Archivio di Stato di Venezia, dove ho costruito buona parte della mia tesi di laurea, all’Archivio di Stato di Bologna, dove, invece, ho svolto ricerche per il dottorato... erano quasi luoghi di casa. E uno dei motivi per cui mi piacerebbe molto avere la possibilità di fare una seconda stagione sarebbe anche quello di portare le telecamere in archivi che sono forse meno belli da un punto di vista estetico, perché gli archivi che abbiamo scelto quest'anno erano anche molto belli, come quello di Siena o Palermo, Napoli o Torino per la loro monumentalità. Ma non bisogna dimenticare che ci sono archivi in Italia che sono forse meno “belli” da vedere, ma estremamente preziosi, fondamentali, dal punto di vista dei documenti che conservano.

I propositi per una seconda stagione?

M.M: Certo sarebbe bello andare anche al di là degli Archivi di Stato e sondare alcuni archivi non statali… ma non possiamo fare tutto. Se si arrivasse a una seconda stagione ci piacerebbe colmare i vuoti di questa serie, e abbiamo già pensato ad alcuni degli Archivi da visitare: l’Archivio di Stato di Milano, dove ho lavorato molto a lungo, poi quello di Perugia… in Toscana abbiamo parlato di Siena ma non di Firenze. Ovviamente percorrere tutta la storia della penisola attraverso gli archivi è impossibile per una trasmissione televisiva, ma se siamo fortunati e ci sarà una seconda stagione questo è l'obiettivo: colmare i vuoti. Ma tutto dipenderà da ciò che deciderà la RAI.

 

Per saperne di più

Archivi miniere di storia sul sito di Rai Storia

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