Dalla Clandestinità alla Storia. La salvaguardia delle carte della Resistenza #75°Liberazione

Sono in obbligo di rappresentarle che la delicatezza psicologica e politica della situazione creata da avvenimenti eccezionali ancor vivi e freschi nello spirito degli uomini della Resistenza non consegue la semplice applicazione delle regole normali fatte per tempi normali. Ed Ella intende come, dovendosi fare affidamento soprattutto sul volontario conferimento dei possessori, occorre dare ad essi la garanzia di un organo nazionale ch’essi sentano come una emanazione della loro stessa volontà.

Così Ferruccio Parri nel febbraio 1949 scriveva a Emilio Re, commissario governativo per gli Archivi di Stato, riferendosi al progetto, ormai quasi in porto, di creazione dell’Istituto nazionale di storia del movimento di liberazione. Egli scriveva a consuntivo di una lunga querelle, iniziata tre anni prima, che aveva visto contrapposti, da un lato, parte dell’Amministrazione archivistica e, dall’altro, i quadri resistenziali in merito alla salvaguardia e alla conservazione delle carte delle formazioni partigiane e dei comitati di liberazione nazionale. Al centro del contendere la piena disponibilità di carte viste dalla prima come il lascito di un potere pubblico da affidare alla discreta custodia degli Archivi di Stato, dai secondi come la memoria di un’esperienza irripetibile da trasformare in storia e far conoscere.

Il teatro delle origini della vicenda, destinata negli esiti a conseguenze assai rilevanti per il panorama archivistico e per la storiografia italiana, è il Piemonte appena liberato: nel luglio 1945 il segretario generale della Giunta consultiva regionale piemontese Matteo Sandretti, il partigiano comunista Elia, segretario del CLN piemontese della clandestinità, economo dell’Archivio di Stato di Torino trasmetteva in luglio alle autorità civili, alle formazioni partigiane, ai parroci e ai partiti una lettera, con la quale si annunciava la costituzione dell’Ufficio storico del Cln «per il reperimento e la raccolta sistematica dei documenti relativi agli sviluppi assunti nel campo militare e politico della lotta per la liberazione dalla tirannide nazi-fascista», con l’obiettivo di procedere alla pubblicazione ufficiale dei documenti raccolti. Nelle stesse settimane Emilio Re iniziava un grand tour per l’Italia devastata dalla guerra, impegnato nella triste contabilità dei danni che avevano flagellato il patrimonio archivistico italiano, nel duro lavoro di ricostituzione dell’Amministrazione archivistica, nel titanico sforzo di recupero di archivi a rischio di dispersione e della difesa di quelli che la sconfitta militare aveva messo a concreto rischio di cessione alle potenze vincitrici.

Nell’estate ’46, a rompere la quiete guardinga di quei primi mesi di pace l’autoscioglimento dei CLN dopo l’insediamento dell’Assemblea costituente e la nomina di Enrico De Nicola capo provvisorio dello Stato: come ogni cesura periodizzante che si rispetti nella storia degli archivi, tale evento pose rapidamente alla ribalta il problema della conservazione delle carte, cessata ogni attività formale dei soggetti che le avevano prodotte e accumulate. Quale sorte riservare ai documenti della clandestinità e del governo dei comitati di liberazione? Inizialmente destinate alla concentrazione nei rispettivi capoluoghi di regione presso gli uffici stralcio, le carte rimasero in attesa di disposizioni definitive in merito alla loro destinazione finale, nonostante l’Amministrazione archivistica, assecondando la sollecita iniziativa di alcuni soprintendenti come quello lombardo, ne avesse disposto il rapido versamento negli Archivi di Stato.

Le reazioni a tale sollecitazione furono ben diverse nelle due Italie che erano venute delineandosi nei venti mesi dell’occupazione tedesca e del fascismo repubblichino: se a sud di Roma i CLN soddisfecero rapidamente la richiesta dello Stato, nelle regioni settentrionali e in Toscana, l’atteggiamento degli uomini della Resistenza, come pure dei rappresentanti dell’Amministrazione archivistica, fu assai più articolato. Nell’estate si faceva strada a Torino l’ipotesi, suggerita dal presidente del Comitato di liberazione nazionale della regione Piemonte, il liberale Franco Antonicelli, e avallata da Gian Carlo Buraggi, direttore dell’Archivio di Stato, che le carte di maggior pregio prendessero la via del Museo del risorgimento ove avrebbero potuto compiere un’alta funzione pedagogica. Era invece fieramente osteggiata dal soprintendente toscano e direttore dell’Archivio di Stato di Firenze Antonio Panella qualsiasi altra soluzione che non prevedesse il versamento degli atti dei CLN negli Archivi di Stato, unica sede deputata per legge ad accoglierli.

Le timide aperture nei confronti degli archivi di Stato, registrate ad esempio in Veneto e in Emilia e in alcuni capoluoghi toscani, vennero rapidamente meno al mutare del clima politico del Paese, alla vigilia della fine del secondo governo De Gasperi e dell’uscita dalla maggioranza della compagine socialcomunista: la qualunquistica normalizzazione – la “desistenza” evocata da Piero Calamandrei – indussero la controparte resistenziale ad un netto irrigidimento, palesato nel convegno genovese dei CLN nel dicembre 1946 e sintetizzato dalle parole del delegato ligure, il socialista Toni: «dobbiamo rifiutarci di consegnare nelle mani di certa burocrazia gli atti dei Cln»!

Fra le due posizioni contrapposte prese corpo durante il convegno la soluzione, lungamente preparata da mesi, non senza l’avallo di Emilio Re, della delegazione piemontese e illustrata dall’azionista Alessandro Galante Garrone: la nascita di fondazioni regionali per la Resistenza, su base federativa, alla quale affidare il censimento, la raccolta e soprattutto la valorizzazione rimandando, di fatto sine die, a lavoro compiuto la soluzione del problema della destinazione finale delle carte. È la quadra che consentiva, da un lato, all’Amministrazione archivistica di assistere all’emersione di documentazione altrimenti a rischio, recuperata in virtù delle capacità personali di persuasione più che in forza di un’imposizione normativa e, dall’altra, ai protagonisti della Resistenza di mantenere la piena disponibilità di documentazione dal forte valore identitario.

Con grande pragmatismo Re, grazie alla fitta trama di rapporti intessuti con lo stato maggiore del partigianato piemontese e delle altre regioni settentrionali, otteneva in cambio dall’Associazione per la storia della Resistenza in Piemonte, istituita nel frattempo il 25 aprile 1947, l’impegno a coordinare la redazione di una guida alle fonti della storia della Resistenza, in cui operassero fianco a fianco «universitari, archivisti e uomini della Resistenza», inserendo tale iniziativa nell’ambito delle celebrazioni del centenario del 1848 e del 1849 ad evocativo e mediatico suggello del legame ideale fra primo e secondo Risorgimento. Dal canto proprio l’Associazione otteneva la piena legittimazione del proprio operato, aprendo la strada alle tappe successive.

Nel luglio 1948 il Consiglio superiore degli archivi approvava, col placet del ministro Scelba, un ordine del giorno che di fatto riconosceva ufficialmente agli istituti per la storia della Resistenza nel frattempo costituiti in Piemonte, Liguria e Lombardia il compito di raccolta delle carte, rinviandone la questione della definitiva destinazione. La nascita di lì a pochi mesi all’inizio del 1949 dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione proiettava su una dimensione nazionale il compromesso, che prendeva la forma di un reciproco riconoscimento. Al coinvolgimento di Re nel processo formativo dell’Istituto nazionale e alla designazione di un rappresentante dell’Amministrazione archivistica in seno ai suoi organi direttivi, faceva il paio, nell’ottobre dello stesso anno, la partecipazione di Giorgio Vaccarino, direttore dell’Istituto piemontese e di quello nazionale, al convegno di Orvieto organizzato da Re e che sancì la nascita dell’Associazione nazionale archivistica italiana. L’intervento di Vaccarino, Attività archivistica dell'Istituto per la storia del movimento di liberazione in Italia. Censimento delle fonti documentarie per la storia del movimento di liberazione in Italia pubblicato sulle «Notizie degli archivi di Stato» del 1950, poteva dirsi in qualche modo l’ingresso ufficiale nella comunità archivistica italiana del mondo degli Istituti della resistenza.

Per saperne di più

Una storia che merita di essere raccontata - Mostra all'Archivio di Stato di Torino 2016

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