Gli archivi non mentono - Animali fantastici: I crimini di Grindelwald

Il film “Animali fantastici – I crimini di Grindelwald”, ambientato nel mondo di Harry Potter e uscito lo scorso autunno nelle sale, offre, come già i libri della saga del maghetto, alcuni spunti di riflessione sugli archivi.

Sulla strega Leta Lestrange pesa un grave senso di colpa legato alle vicende della sua famiglia. Ma negli archivi del Ministero della magia francese è custodito un documento che racconta un’altra storia, che potrebbe alleggerire il senso di colpa che la tormenta da tutta la vita (cerco di non anticipare troppo della trama… non è semplice!). Il fidanzato di Leta, Theseus, la sprona a trovare il coraggio di leggere questo documento con una frase estremamente significativa: “Gli archivi non mentono”

Può un archivio mentire?

Se consideriamo la definizione classica, un archivio è il complesso dei documenti prodotti o comunque acquisiti dal soggetto produttore durante lo svolgimento della propria attività. I documenti che lo compongono sono caratterizzati dal vincolo archivistico, il legame naturale e necessario che collega in modo logico le carte tra di loro. Nel suo complesso, è difficile che un fondo archivistico menta consapevolmente. Semplicemente, è una rappresentazione di una porzione della realtà vista attraverso l’occhio del soggetto produttore, una visuale legata all’attività del soggetto, ai suoi interessi, ai suoi legami, al suo posto nella realtà sociale, civile e produttiva in cui si forma, cresce e opera. Nei casi in cui porzioni più o meno importanti dell’archivio manchino, l’archivista riesce a rilevare le lacune e spesso a capire se sono il frutto di una perdita accidentale o di una distruzione o occultamento volontari. Magari non scoprirà mai cosa raccontavano i documenti, ma senz’altro, in archivistica, anche l’assenza invia un messaggio chiaro e forte: attenzione, perché qui manca qualcosa, il vincolo archivistico è stato spezzato o alterato, volontariamente o meno

Diverso è invece il discorso se noi leggiamo la frase pronunciata da Theseus come: “Gli Archivi non mentono”. Una differenza piccolissima, percepibile soltanto nella parola scritta e non in quella parlata, una “a” maiuscola al posto di una “a” minuscola. In questo caso, l’archivio da considerare non è il fondo documentario ma l’istituto che lo conserva. Qui entra in gioco il concetto di unbroken custody, che caratterizza la dottrina archivistica nel mondo anglosassone. In base al concetto di unbroken custody (custodia ininterrotta), un fondo archivistico può considerarsi tale (non quindi una raccolta) se possiede, tra le altre, la caratteristica di poter dimostrare l’esistenza di una serie ininterrotta di custodi responsabili delle carte che garantiscano della loro autenticità. Tenendo conto di questo concetto, non presente nell’archivistica e nella giurisprudenza italiane, è ovvio che per l’inglese Theseus i documenti conservati presso il Ministero della Magia sono assolutamente affidabili in quanto ad autenticità del contenuto.

Peccato che il documento in questione (trovato tramite una ricerca per parola, il che ci conferma che i maghi preferiscono decisamente l’indicizzazione piuttosto che la classificazione, come si era già rilevato in un precedente articolo) sia stato trasferito… al cimitero! Al di là dei problemi relativi alla conservazione, portando fuori il documento dall’Archivio, la sua autenticità non è più garantita, tanto più che se un archivio può mentire con difficoltà, la storia è piena di documenti che mentono con grande disinvoltura.

In conclusione, la fiducia che Theseus ha negli archivi (e negli Archivi) è ben riposta. Il vincolo archivistico e la unbroken chain of custody garantiscono, anche se non al 100%, che gli archivi non contengano documenti falsi o falsificati. Diverso è invece il caso del singolo documento, che può essere falso o falsificato proprio in virtù della sua singolarità, o meglio, della sua solitudine, del suo essere cioè privo di legami con altri documenti, non inserito in quel complesso logico e organico che è il fondo archivistico.

Non bisogna però dimenticare, come detto sopra, che il complesso archivistico è solo uno dei tanti modi di rappresentare un punto di vista sulla realtà, strettamente legato alle azioni e al sapere del soggetto produttore. Il documento infine letto da Leta Lestrange non mente, semplicemente racconta il vero così come il soggetto produttore, in perfetta buona fede, lo conosceva. Un vero che però non corrisponde alla realtà dei fatti. Perché la realtà del mondo, che sia magico o non magico, è estremamente più complessa di qualsiasi archivio.

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