1943. Milano, Italia. Le perdite dell’Archivio di Stato nelle parole dei protagonisti dell’epoca #75°Liberazione

Il crollo del regime fascista, i raid aerei sulle principali città del paese e la guerra combattuta sul territorio italiano dall’estate del 1943 rappresentano uno dei momenti più drammatici della storia d’Italia. Gli archivi pagarono un prezzo altissimo, come ben illustrato dai numerosi censimenti e studi condotti nei decenni a seguire sulle perdite subite tanto dai grandi archivi statali quanto dai fondi dei più piccoli comuni. Non mancarono, anche in questo settore, alcuni eccezionali monuments men, direttori, funzionari e semplici inservienti che si prodigarono per salvare il salvabile, attuando interventi preventivi, prima della guerra, ma prodigandosi anche durante le sue fasi più cruente. Quasi tutti gli Archivi di Stato individuarono edifici privati, religiosi o pubblici in aree rurali lontane dalle città, dove ricoverare il materiale giudicato più prezioso e tentare di evitare gli effetti devastanti della guerra aerea. L’impegno e il sacrificio di questi oscuri personaggi, spesso dimenticati, non sempre furono premiati dal successo. Il caso più noto coinvolse l’Archivio di Stato di Milano, che durante i bombardamenti dell’estate 1943 perse circa un terzo del proprio patrimonio.

Dopo lo sbarco degli alleati, i rischi maggiori giunsero dalla risalita delle truppe lungo la penisola e dalla contemporanea ritirata tedesca. Gli archivi dislocati intorno alla linea del fronte subirono nuove perdite. Il caso più drammatico si verificò alla fine di settembre, quando un’immensa mole di documenti storici dell’Archivio di Stato di Napoli, benché ricoverata da tempo in una villa nei pressi di Nola, fu data alle fiamme dai militari nazisti. Si trattò di un atto di ritorsione gratuito, uno sfregio alla storia e alla memoria degli ex alleati italiani. A casi eclatanti, come quelli che coinvolsero l’abbazia e la cittadina di Montecassino, con la distruzione di archivi e collezioni artistiche, seguirono vicende meno note, che colpirono una miriade di piccoli centri urbani o rurali, dove le sedi degli archivi furono devastate dalla soldatesca.

In altre circostanze, tuttavia, i belligeranti si dimostrarono sensibili alla salvaguardia del patrimonio culturale presente nei territori di guerra. Da parte di entrambi gli schieramenti furono attuati appositi programmi. Sul fronte alleato operò la task force del programma Monuments, Fine Arts and Archives (MFAA); su quello tedesco fu attivato il Kunstschutz, i cui membri collaborarono con i conservatori italiani, compresi gli archivisti, per mettere in salvo il nostro patrimonio artistico e storico, come fu riconosciuto anche dal dettagliato Rapporto finale sugli Archivi pubblicato nel 1946 dalla Commissione alleata - Sottocommissione per i Monumenti e le belle Arti. L’impegno per la salvaguardia del patrimonio culturale non sempre fu disinteressato. Gli alleati agirono anche per evitare di risultare invisi alle élites intellettuali di quello che, a guerra conclusa, si sarebbe trasformato in un paese da portare sotto la propria ala protettrice. I tedeschi, dal canto loro, cercarono di mettere le mani su documentazione dall’alto valore simbolico per la storia europea, di cui il Terzo Reich si sentiva il legittimo erede.

Fu proprio durante l’avanzata anglo-americana che prese corpo il piano Mayer, dal nome dello storico Theodor Mayer, incaricato di approntare un progetto per il trasferimento dei principali archivi italiani dalla linea del fronte all’Italia settentrionale. Durante l’operazione, lo studioso avrebbe dovuto selezionare i documenti di particolare importanza per la storia tedesca, con l’obiettivo di trasferirli in Germania. Il piano non fu realizzato a causa delle difficoltà tecniche e logistiche che avrebbe comportato. Lo stesso Mayer ne segnalò tutti i rischi, proponendo di mettere in sicurezza gli archivi sul posto, evitando lunghi e rischiosi trasferimenti. Forse meno ambiziosa, ma anch’essa rivelatasi inattuabile, fu la proposta dello studioso di procedere a una fotoriproduzione su larga scala dei documenti selezionati. I resoconti dei testimoni sembrano concordi nell’affermare che di fatto Mayer e i suoi collaboratori non incisero più di tanto sul destino degli archivi italiani, né nel bene, né nel male, suscitando qualche lamentela anche da parte delle stesse autorità tedesche. A volte, forse, l’immobilismo è il miglior alleato degli archivi, che di norma non amano essere sballottati da un luogo all’altro.

Torniamo a Milano, ai terribili mesi dell’estate 1943 che videro la città devastata dalle bombe. Agli studiosi che si presentano in cerca di qualche documento al Palazzo del Senato, sede all’Archivio di Stato di Milano, gli archivisti devono spesso indicare un fascicoletto ormai sdrucito, intitolato Danni di guerra. Si tratta di un elenco interminabile di archivi che oggi non esistono più, con qualche scarno dato sulla loro antica consistenza. Tra la documentazione d’ufficio si conserva, a memoria di quei fatti, una relazione dattiloscritta compilata nel 1946 dall’allora direttore dell’istituto Guido Manganelli, contenente il resoconto fornitegli da un suo collaboratore, Domenico Alfarone, testimone oculare dei bombardamenti che devastarono l’Archivio. Senza indugiare su numeri e fatti, vale la pena lasciare la parola a quel solerte impiegato, protagonista di un’esperienza tragica, ma al tempo stesso eroica:

 

«La prima bomba sulla città scoppiò alle ore 0.10’ del 13 Agosto. Si sentì subito che gli scoppi si avvicinavano; dopo brevissimo tempo si percepirono anche i sibili prodotti dalle bombe nella loro vertiginosa caduta. Corriamo al rifugio e vi siamo appena entrati che una detonazione assordante, seguita da un immenso fragore di crollo, ci raggiunge e ci squassa tutte le membra, mentre siamo investiti da una irresistibile corrente d’aria. Viene meno anche la luce. Accesa una delle lampade delle quali siamo forniti, scorgiamo l’aria pregna di un fitto pulviscolo e questo, commisto a fumo, rende difficile la respirazione. Passato il primo sbigottimento, ci rendiamo conto che una bomba di eccezionale calibro deve aver colpito il lato posteriore dell’edificio; ma dopo brevissimo intervallo una seconda bomba, identica alla prima, colpisce il Palazzo nello stesso lato, quindi una terza, meno possente, lo colpisce sul lato occidentale, all’altezza della sala studio, come si riscontrò poco dopo. Altre bombe scoppiano nell’area dei boschetti e una di esse ad un paio di metri dall’uscita di sicurezza del rifugio.

Il fuoco, intanto, aveva iniziato la sua violenta e terribile azione, come testimoniavano lo scricchiolio delle travi ed il denso fumo; ma non potevamo renderci conto dell’entità dei danni: gli aerei continuavano a sorvolare il Palazzo! Ben cinquanta minuti passarono prima che le sirene dessero il segnale di cessato allarme e quei minuti sembrarono un’eternità; ma noi, già prima, quando il rombo dei motori degli aerei parve affievolirsi, eravamo usciti all’aperto. Lo spettacolo era raccapricciante!

I due monumentali cortili del Palazzo erano cosparsi di spezzoni incendiari molti dei quali ardevano ancora: dovunque rottami e macerie. L’edificio, oltre che mutilato in tutta la parte posteriore, per il crollo della grande sala detta del Debito pubblico, che fu totalmente distrutta sino ai sotterranei, appariva avvolta [sic, invece di avvolto] dalle fiamme in tre punti: nella parte posteriore prospiciente il secondo cortile; a destra, entrando dal portone, sotto il porticato già chiuso a vetri e, a sinistra, in tutto il primo piano: scuola di paleografia, segreteria, sala di studio, biblioteca, uffici, depositi di atti! Le bombe incendiarie a liquido infiammabile e gli spezzoni avevano dunque appiccato il fuoco in moltissimi punti e il fuoco, trovando facile alimento nei mobili, negli scaffali in legno e nelle carte e favorito, inoltre, dal forte vento sviluppatosi in quella notte, si era propagato fulmineamente in modo impressionante. Le fiamme salivano con le loro lingue oltre il tetto per alcuni metri, mandando sinistri bagliori.

La squadra si portò subito al primo piano per cercare di penetrare negli uffici e portar fuori almeno le casse di libri disposte lungo il corridoio di disimpegno degli uffici; ma la via era ostruita dalle macerie e dalle fiamme che avevano invaso come s’è detto la sala della biblioteca. L’aula di studio ormai non esisteva più, sprofondata; il fuoco avanzava da destra e da sinistra, i crolli si susseguivano; i pericoli diventavano imminenti. Non c’era più nulla da fare: il Palazzo del Senato era colpito a morte!!

Fu tentato allora di salvare almeno le sale poste in centro al fabbricato e che separavano il primo dal secondo cortile; ma gli sforzi in questo senso dovettero essere abbandonati: gli idranti attaccati alla bocca d’incendio davano a stento un po’ di acqua: mancava la pressione necessaria. Si provò, inutilmente, l’attacco dell’idrante anche fuori l’edificio, alla bocca posta sull’angolo di via San Primo. La bocca da 125 mm, appositamente impiantata, a prevenzione, restò inutilizzata, non avendo a disposizione un’autopompa, e, del resto, quando fu possibile fermare una macchina dei vigili del fuoco, che transitava per via Senato, gli stessi vigili di fronte al rogo gigantesco non vollero neppure soffermarsi, ritenendo fosse ormai inutile ogni intervento. Un tentativo fu pure fatto per isolare l’incendio e interrompere la continuità dell’esca nei locali a pianterreno sotto il portico (quello già chiuso a vetri), ma dovette essere abbandonato perché le fiamme tentavano di bloccare la via di uscita e il fumo soffocava. È forse superfluo dire che l’avvisatore di incendio, in diretta comunicazione col Comando dei Vigili del fuoco, al pari degli apparecchi telefonici, non funzionarono. Non restò allora che assistere costernati al terrificante spettacolo».

 

La tragedia non era terminata e questa volta a darcene conto è lo stesso direttore Manganelli. Nella notte tra il 15 e 16 agosto fu la volta della sede distaccata dell’Archivio ricavata nei locali attigui alla chiesa di Sant’Eustorgio, nella quale si conservava quasi tutta la documentazione giudiziaria, salvo alcune serie trasferite preventivamente in altri luoghi:

 

«I dodici immensi corridoi, che si sviluppavano attorno ai due grandi cortili del chiostro, strapieni di atti e di registri posti in scaffali altissimi che ne ricoprivano le pareti fin quasi al soffitto e si elevavano anche lungo la loro linea mediana, sdoppiandoli in tutta la loro lunghezza, diventarono quasi ad un tempo immense fornaci che tutto divorarono in poche ore e non è esagerato affermare che dell’immenso deposito si salvò un sol foglio, eccetto quanto si era preventivamente allontanato. Oggi i muri pericolanti rimasti in piedi sono stati demoliti e dei lunghi corridoi non rimane che l’impianto. I locali che contennero la succursale di Sant’Eustorgio non sembrano ormai che gli spalti di un castello deserto!».

 

Cari studiosi, se non ritrovate qualche documento, non date la colpa a chi vi accoglie in Archivio, né ai colleghi che decenni or sono dovettero assistere inermi al disastro: noi archivisti, solitamente, cerchiamo di fare del nostro meglio, con i mezzi che abbiamo a disposizione, allora come oggi.

 

Fonti

Le informazioni di carattere generale sugli archivi italiani durante la Seconda guerra mondiale sono tratte in particolare da: Elvira Gencarelli, Gli archivi italiani durante la Seconda guerra mondiale, Roma, s.n., 1979 (Quaderni della Rassegna degli Archivi di Stato, 50); Emilio Re, The Italian Archives during the war, «The American Archivist», 1948, 2, pp. 99-114; Rapporto finale sugli Archivi, a cura della Commissione Alleata - Sottocommissione per i Monumenti e le belle Arti, Istituto poligrafico dello Stato, Roma 1946.

La relazione di Manganelli concernente il caso milanese si conserva in Archivio di Stato di Milano, Archivio dell’Archivio, Anno 1946, Titolo XV, Pratiche di gabinetto, busta senza numero, Relazione sulle vicende dell’Archivio di Stato di Milano in dipendenza degli avvenimenti bellici, allegata a minuta di lettera dello stesso Manganelli al Ministero dell’interno - Ufficio centrale degli archivi del Regno, 2 aprile 1946; l’intera vicenda è ricostruita in maniera più dettagliata in Marco Lanzini, L’Archivio di Stato di Milano e i suoi fondi durante la seconda guerra mondiale nelle carte di Guido Manganelli, «Annuario dell’Archivio di Stato di Milano», 2013, pp. 241-259.

Per commentare effettua il login
  • Nessun commento trovato
Powered by Komento