Il Politecnico e la Grande Guerra: un racconto del primo conflitto mondiale attraverso le carte dell’Archivio Storico di Ateneo

Il 22 maggio 1915 alla vigilia della dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria le lezioni dell’anno 1914-1915 si interrompono per disposizioni ministeriali: gli studenti iscritti al Politecnico vengono chiamati alle armi, in gran parte col ruolo di ufficiali di complemento, per prestare la loro opera per la “grandezza della Patria”.

Gli animi degli studenti sono accesi, all’interno dell’Università divampa un forte sentimento irredentista, ormai l’idea che l’Italia debba entrare in guerra prende sempre più piede e tutta la vita universitaria si organizza in tal senso. Già dall’anno precedente vengono organizzati tornei di tiro a segno e il premio per gli studenti che si distinguono in tal disciplina consiste in un fucile Mod.91, identico a quelli in dotazione al Regio Esercito italiano.

Alcune tracce di questo sentimento di possono riscontrare tra le carte della Segreteria e in particolare nella serie Gite d’istruzione: dopo una lettera in cui si diceva La gioventù studiosa che più di ogni altro sente tutta la grandiosità, tutta la gravità dell’ora che volge dev’essere alla cerimonia il più largamente possibile rappresentata, il 5 maggio 1915 una delegazione di studenti politecnici partecipa alla cerimonia ufficiale presso lo scoglio di Quarto (Genova) al cospetto di Gabriele d’Annunzio in occasione della quale viene scoperto il bronzo dei Mille.

Gli ultimi giorni di aprile del 1915 sono molto intensi: ormai la propaganda interventista diventa sempre più pressante e violenta e l’Università italiana non ne rimane indenne. A Roma e a Milano gli studenti, esortati dagli articoli comparsi sulla stampa nazionale di quei giorni, scendono in piazza a manifestare contro i professori stranieri; i quotidiani “Il Popolo d’Italia”, fondato da Benito Mussolini, e il “Corriere della Sera” fanno particolarmente leva sullo spirito irredentista dei giovani innescando la loro repentina reazione. Al Politecnico di Milano in particolare si verificano agitazioni studentesche contro il professore Max Abraham, nativo di Danzica, titolare fin dal 1909 della cattedra di Meccanica Razionale, una vera personalità di spicco per l’epoca. La penosa vicenda di Abraham e i violenti attacchi da lui subiti sono raccontati dai giornali milanesi nelle edizioni dei giorni dal 19 al 26 aprile. Alla fine delle agitazioni studentesche Abraham lascia la cattedra del Politecnico, formalmente per motivi di salute, e si rifugia in Svizzera dove morirà pochi anni dopo.

Alla fine del 1915, e precisamente il 6 novembre in pieno stato di guerra viene effettuata la posa della prima pietra per la nuova e prestigiosa sede della “Città degli studi” con solenne cerimonia alla presenza del Re, di membri del governo, dell’Arcivescovo e del Sindaco di Milano. I lavori procederanno a rilento e la cerimonia inaugurale della nuova sede infatti si terrà solo il 22 dicembre 1927.

L’entrata in guerra dell’Italia impone al Regio Istituto Tecnico Superiore la trasformazione dei laboratori in stabilimenti ausiliari e la militarizzazione del personale. Particolarmente coinvolti sono il Laboratorio sperimentale per i materiali da costruzione che esegue collaudi sui gas compressi, la Stazione sperimentale per l’industria degli oli e dei grassi che si occupa del controllo di esplosivi e infine la Stazione sperimentale per l’industria della carta e fibre tessili che sperimenta nuovi tipi di tele per l’impiego aeronautico. Già dal 1915 era costituito il Comitato nazionale per l’esame delle invenzioni attinenti al materiale di guerra col compito di selezionare e sperimentare i ritrovati che avrebbero potuto risultare utili all’Esercito e alla Marina: vengono esaminate circa quattromila proposte di invenzioni!

Tra le carte della Segreteria dell’ateneo, in particolare nella serie Annuari e programmi riferiti al periodo bellico si può vedere come gli allievi ingegneri si laureano in numero sempre inferiore mano a mano che il conflitto prosegue (44 nel 1915, 59 nel 1916, 38 nel 1917 e 29 nel 1918) mentre il numero dei caduti aumenta progressivamente fino ad arrivare a 200 studenti e una decina di dipendenti tra personale amministrativo e docente. Alcune migliaia di studenti chiedono il trasferimento presso altri Atenei per avvicinarsi al fronte.

Per commemorare i caduti in guerra con il dl 1 ottobre 1916 n. 1400, viene sancito il conferimento delle lauree ad honorem agli studenti militari caduti sul campo di battaglia. Facilitazioni degne di nota vengono decise dalla Direzione del Politecnico e dal Ministero nei confronti degli studenti al fronte, ad esempio il rinvio delle sessioni d’esame e la totale dispensa dalle tasse per gli studenti provenienti da famiglia disagiata, e profughi provenienti dalle terre giuliane e trentine dopo la disfatta di Caporetto. Sempre a favore degli studenti militari viene inoltre introdotto l’esonero dall’obbligo di frequenza dalle lezioni, l’iscrizione d’ufficio da un anno di corso al successivo, indipendentemente dagli esami sostenuti; vengono introdotte le “immatricolazioni retroattive” e sessioni d’esame straordinarie.

A guerra finita poi verranno istituiti corsi di integrazione per gli studenti ex militari e sessioni di esami straordinari per i reduci. Grazie a queste agevolazioni il numero di studenti iscritti aumenterà vertiginosamente. Si assiste a un generale cambiamento della didattica ma anche a un notevole fenomeno prima pressoché inesistente, l’incremento dell’abbandono degli studi.

Una tra le più importanti testimonianze sulla guerra e sulla prigionia in Germania rimane quella data da un giovane studente politecnico, Carlo Emilio Gadda, nel suo Giornale di guerra e di prigionia pubblicato postumo nel 1955. Dopo l’iscrizione al Politecnico nel 1912, da convinto interventista Gadda si arruola volontario nelle truppe alpine e viene fatto prigioniero dopo la rotta di Caporetto e trasferito a Celle vicino ad Hannover in Germania. Tornato a Milano nel 1920 si laurea in Ingegneria elettrotecnica.

Per scoprire, invece, uno dei lati più tragici dell’impatto del conflitto sull’ateneo si possono leggere le carte delle Lauree ad honorem agli studenti caduti al fronte, conservate nella serie Studenti, dove si trovano anche le commoventi e terribili testimonianze dei parenti dei caduti: lettere piene di amarezza giungono al Politecnico per annunciare la morte degli studenti. Leggere il telegramma, in cui un fratello informa la Direzione della morte del congiunto sulle rive del Piave, o la lettera del nonno, che comunica l’avvenuta partenza del figlio verso la trincea per raccogliere le spoglie del nipote, non può lasciare indifferenti. Ognuna di queste testimonianze, infatti sottende un dramma individuale dolorosamente vicino, anche a distanza di cento anni.

Nei primi mesi del 1921 al Politecnico viene nominata una Commissione “per la realizzazione di una lapide ricordo dedicata agli allievi, agli ex allievi e funzionari morti per la Patria”. Copia della lapide, inaugurata nel 1922 nell’allora sede di Piazza Cavour, si trova oggi murata nell’Aula Magna dell’odierna sede di Piazza Leonardo da Vinci. La lapide originale fu letteralmente lanciata dalla finestra del Rettorato durante l’occupazione dell’Università nel maggio 1968 poiché contornata da fasci littori. Infine una seconda lapide in bronzo che riporta il celebre Bollettino della Vittoria del 4 novembre 1918 si può ammirare nel corridoio prospiciente il Rettorato.

Questo racconto nasce dai documenti dell’Archivio storico di Ateneo: al fine di ricostruire la vita degli studenti durante il primo conflitto mondiale e soprattutto il loro cambiamento attraverso l’esperienza come militari si è cercato di spaziare attraverso le carte universitarie e studiare le gite d’istruzione, le manifestazioni pubbliche a cui partecipavano, le lauree ad honorem, i fascicoli degli studenti congedati, i decreti legge che hanno regolato la vita militare, e infine sono state visionate le carte relative all’occupazione del Rettorato in seguito alle agitazioni studentesche del 1968.

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