Breve storia del cinema d'impresa

Nella ricca e molto diversificata produzione documentaria che troviamo negli archivi di impresa i film, per lo più girati a scopo promozionale, occupano una posizione importante, se non altro per la loro quantità e per la varietà di informazioni che forniscono. Non a caso a partire dal Portale degli archivi di impresa - che rende disponibili descrizioni e riproduzioni di documenti prodotti da imprese italiane, biografie di imprenditori, una ricca cronologia dello sviluppo industriale del nostro Paese e altro materiale attinente alle fonti documentarie relative al mondo dell’industria - sono consultabili oltre 1300 video, dei quali un migliaio digitalizzati e caricati a seguito di convenzioni stipulate dalla Direzione generale Archivi con l’Archivio del cinema d’impresa d’Ivrea. A partire dal Portale è consultabile anche il video Gli archivi del cinema d’impresa, realizzato nel 2011 da Rai Educational per la Direzione generale Archivi e curato da Franco Amatori, docente di Storia economica alla Bocconi di Milano e, appunto, da Giulio Latini, autore di Immagini-mondo. Breve storia del cinema d’impresa (Roma, Kappabit, 2016), che fornisce una panoramica sintetica ma molto interessante di questo patrimonio dalla ricchezza inaspettata.

Il volume di Giulio Latini presenta un affresco densissimo di cifre, nomi ed episodi, che spaziano dagli Stati Uniti d’America a diversi paesi europei, a partire dall’inizio del cinema d’impresa, che coincide con l’inizio della cinematografia stessa, quando nel corso della prima proiezione pubblica a pagamento di immagini in movimento, avvenuta il 28 dicembre 1895, è presentata Sortie de l'usine Lumière, che coglie per una manciata di secondi l’uscita degli operai dalla fabbrica di lastre fotografiche di proprietà dei fratelli Lumière. Gli inventori del cinematografo erano dunque imprenditori e uno dei loro primi prodotti riprende una scena legata al mondo del lavoro, con una finalità certamente promozionale. Uno dei motivi di interesse della scena è che le protagoniste sono quasi tutte donne, a testimoniare una cospicua presenza femminile nel mondo del lavoro, riconfermata in un filmato girato l’anno successivo in una fabbrica dove il carbon fossile riscaldato viene mutato in coke, Chargement du coke, che riprende donne che a mani nude sollevano piccoli blocchi di roccia carbonifera e li depositano su carriole. La presenza femminile nel mondo del lavoro è uno dei fils rouges che attraversano molti di questi film, spesso abitati da donne, per lo più giovani e graziose, quasi sempre in posizioni di secondo piano, come le telefoniste di Operator del 1938 (p. 79). È un tema, quello delle donne nel cinema d’impresa, che potrebbe meritare uno studio specifico dal quale risulterebbero notazioni interessanti di carattere sociologico e per lo studio della mentalità.

Così come meriterebbe di essere approfondita la finalità didattica che affianca quella promozionale, a partire dai filmati educativi da utilizzare in ambito scolastico prodotti da Edison fin dal 1919 (p. 28, nota 36), passando per le serie Ford Educational Weekly e Ford Educational Library, girate tra il 1916 e il 1925, i documentari didattici realizzati dalla General Electric negli anni ’40 e infine il ciclo di 11 filmati dal titolo Corso di agraria prodotto dalla Montecatini tra la metà degli anni ’50 e i primi anni ’60 (p. 136, nota 51), per citare solo alcuni esempi, spiluccati qua e là.
Un altro tema che si affaccia leggendo il volume e che potrebbe essere sviluppato è quello che vede la produzione cinematografica d’impresa fare ricorso all’animazione e alla sperimentazione delle più diverse tecniche. Ne risultano prodotti di alta qualità come Giuseppina commissionato dalla British Petroleum (BP), vincitore nel 1960 dell’Oscar per i cortometraggi o Terminus realizzato per conto del Ministero dei trasporti britannico che nel 1961 ottiene il primo premio alla Mostra internazionale del documentario di Venezia o il cartoon della Ford The Ever-changing Motor Car del 1962 premiato con la Targa Leone di San Marco per il miglior cortometraggio di animazione alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Infine, due episodi narrati nel libro offrono uno spunto di riflessione su quanto sia scivoloso il crinale sul quale si muove la rappresentazione del mondo del lavoro, sempre in bilico tra il tono epico e la raffigurazione di una realtà spesso dura e faticosa: il primo riguarda Philips Radio, un film di 36 minuti realizzato nel 1931, del quale solo 7 copie vennero accettate per la proiezione, tra le 40 spedite alle filiali dell’impresa olandese sparse per il mondo, perché racconta con tono troppo drammatico i ritmi accelerati dei nastri trasportatori (p. 106); il secondo è la nota vicenda di censura cui fu sottoposto nel 1960 L’Italia non è un paese povero, così riassunta da Lucia Nardi «Per ragion ancora non del tutto chiarite il presidente dell’Eni non approvò il lavoro e la stessa Rai, che avrebbe dovuto trasmetterlo in prima serata, decise alla fine di darlo in seconda serata e con molti tagli. La vita contadina, le riprese degli interni delle case di una desolata Lucania furono considerate eccessivamente dure e censurate» (p. 140).
Quelli fin qui ricordati sono solo alcuni tra i possibili filoni di ricerca che suggerisce la lettura del volume di Giulio Latini, del quale colpisce in primo luogo la ricchezza di informazioni che contiene. La seconda caratteristica degna di rilievo è il taglio storico dell’approccio al tema, affrontato con documentata competenza: nel prendere in esame oltre un centinaio di film, l’autore colloca l’andamento della produzione filmica d’impresa nel più ampio quadro della storia economica del Novecento, richiamata sempre con notazioni molto puntuali, e in particolare commenta ogni singolo film alla luce dello sviluppo economico dell’industria che lo ha prodotto o commissionato. Inoltre, cita con disinvoltura personaggi anche minori della storia del cinema coinvolti nella sua realizzazione e analizza con sottigliezza le tecniche di ripresa adottate, dimostrando grande padronanza anche del linguaggio cinematografico.

Come si è già detto, il testo è una miniera di notizie: di ogni film fornisce ovviamente in primo luogo il nome della società che lo ha commissionato o lo ha prodotto al proprio interno. Molte infatti hanno costituito uno specifico settore adibito a questa attività, come la Krupp che nel 1913 fonda un proprio dipartimento cinematografico (p. 96), seguita l’anno successivo dalla Ford Motor Company, che costituisce la Motion Picture Unit, e dalla Generale Electric nel 1916. E ancora la Shell nel 1934 si dota di una propria Film Unit mentre per l’Italia dobbiamo arrivare ad anni molto successivi, quando la Olivetti apre una sua Sezione cinematografica nel 1951, imitata prima da Fiat e Montecatini, poi da Finsider, Edison, Lepetit, Carlo Erba e Eni (p. 112).
A questo dato essenziale l’autore aggiunge per ogni film non solo l’anno di produzione e molto spesso il nome della casa di produzione – quando non è la stessa società – ma anche in diversi casi si sofferma sulla quantità delle pellicole prodotte e sulla loro diffusione, precisando luoghi, date e modalità di proiezione. Quest’ultimo ordine di notizie soddisfa la curiosità di conoscere quale sia stata la consistenza di questo genere di produzione cinematografica e quali le modalità di diffusione dei film d’impresa.
Le dimensioni del fenomeno, quali appaiono nelle parole di Latini, sono veramente imponenti: solo la General Electric dal 1915 al 1970 produce più di 1000 pellicole da 16 mm e la produzione statunitense dal 1917 agli anni Settanta conta circa 400.000 film (p. 80). La cinematografia d’impresa viene descritta come «una smisurata galleria di vere e proprie immagini-mondo di larga parte del secolo breve» (p. 9), «un colossale archivio del visibile» (p. 80), «Un abnorme arsenale filmico, una gigantesca narrazione polifonica» realizzata da registi di grande talento per i quali «il frangente cinematografico d’impresa ha costituito solo un circoscritto episodio d’impegno» o da «cineasti sconosciuti… che viaggiando in ogni dove per documentare processi di lavorazione, prodotti o più generali esperienze dell’impresa industriale committente hanno intercettato nelle loro narrazioni pressoché ogni processo sensibile della modernità… dall’elettrificazione del mondo agricolo e urbano alla nascita della società dei consumi, dall’avvento delle comunicazioni radiofoniche a quello delle comunicazioni informatiche passando per quelle televisive, dalla temperie dei primi due conflitti mondiali alla Guerra fredda e alla Decolonizzazione, dall’espansione dei processi di automazione nelle imprese industriali alle emergenze atomiche, dalle prime imprese nello spazio ai rischi ambientali generati dai consumi energetici» (pp. 8-9).

Per quanto riguarda il pubblico raggiunto da questi film abbiamo cifre altrettanto considerevoli: la General Motors lungo gli anni ’50 e ’60 produce non meno di sessanta film annui capaci di raggiungere 17 milioni di spettatori (p. 72). Nel 1959 circa 30 film sponsorizzati dalla United States Steel Corp. vennero visti, non considerando le proiezioni televisive, da circa 14 milioni di persone nel corso di quasi 48.000 proiezioni cinematografiche (p. 90 nota 120) Una pellicola commissionata nel 1948 dalla Standard Oil sembra sia stata proiettata per più settimane in 425 sale cinematografiche e complessivamente vista da 30 milioni di cittadini americani (p. 63). La già ricordata Motion Picture Unit costituita nel 1914 dalla Ford Motor Company nel solo biennio 1914-1916 produce una ventina di titoli che vengono proiettati in oltre 2.000 sale cinematografiche e sono visti da più di 4 milioni di spettatori a settimana (p. 54). A conclusione della sua attività, sono circa 500.000 m di pellicola quelli che nel 1963 consegna – ci dice Latini quasi per inciso – al National Archives di Washington.
Quest’ultima notazione è uno dei due soli accenni trovati nel testo all’attuale collocazione delle pellicole originali; il secondo è in una delle note in fondo a un capitolo, dove viene nominato l’istituto di conservazione, anche stavolta allo scopo di dichiarare la consistenza delle pellicole là conservate: «Oltre 10.000 tra pellicole e video sono custodite presso AT&T Archives and History Center a Werren (New Jersey)» (p. 90, nota 120). Per un’archivista risulta certamente sgradevole questa mancanza di interesse per l’istituto di conservazione delle pellicole, solo parzialmente compensata dall’informazione fornita in un’altra nota, in cui è ricordato il progetto avveniristico che fu proposto nel 1928 all’Azienda elettrica municipale di Milano e prevedeva di depositare le pellicole in una «cineteca delle industrie italiane che avrebbe conservato, archiviato e diffuso nelle scuole il film industriale» (p. 136, nota 52). È da sottolineare come anche in queste parole sia manifestato l’intento didattico spesso presente in questa produzione.

Rivolgendo adesso l’attenzione non più solo al contenuto ma all’aspetto dell’oggetto libro, alla sua fattura e al modo in cui presenta le informazioni, la principale novità di questo volume, annunciata già nella grafica della copertina, consiste nel ricorso alla tecnologia del QR-code, che consente di prendere visione con estrema facilità e perfino dallo smartphone dei film man mano ricordati nel testo.
Un libro sul cinema non avrebbe senso se la lettura non fosse preceduta o accompagnata dalla visione dei film di cui tratta, come un commento a un testo letterario presuppone la conoscenza del testo stesso. Questo libro cita un alto numero di film - e di molti fornisce un’acuta descrizione - per lo più molto brevi e il QR-code che affianca nella stessa pagina le parole che descrivono e commentano un film ne rende immediata la visione e quindi induce a guardarlo, interrompendo la lettura per pochi minuti e riprendendone subito dopo il filo. Così le immagini si intrecciano con le parole, arricchendole e ricevendone completamento, anche se la tecnologia talvolta si scontra con i suoi stessi limiti tecnici, creando qualche inciampo alla visione, e le dimensioni ridotte dello smartphone penalizzano la restituzione dell’immagine, come nel caso dei 26 secondi di ripresa di Armour’s Electric Trolley del 1897, durante i quali, ci informa Latini, il nome della ditta «campeggia entro le dimensioni estese di un cartello rettangolare di colore bianco». Guardando il filmato su smartphone si vede il cartello ma il nome non è leggibile.
Quando possibile è certamente preferibile guardare i film sul video del pc man mano che si procede con la lettura, seguendo il richiamo di quei quadratini che stimolano la curiosità e che si collocano bene, con il loro verde squillante, al bordo della pagina. La scelta di rendere con un colore, invece che neri, i moduli all’interno del quadrato risulta particolarmente felice ed è da apprezzare anche l’accorgimento di identificare garbatamente le note al termine di ogni capitolo grazie a una sottile striscia dello stesso verde che ne permette la facile individuazione. Meno buona appare invece la soluzione di posizionare alcuni QR-code più grandi al centro di pagine bianche, dove campeggiano un po’ sperduti. Sempre a proposito dei QR-code, sarebbe stato opportuno accompagnarli con vere e proprie didascalie, in cui fossero riportati il titolo del film, la data di produzione, il nome della società produttrice, la durata e l’istituto di conservazione: sono tutte informazioni che per lo più si ritrovano nel testo ma si presentano -come dire - in ordine sparso e devono essere ricuperate una per una. Sarebbe stato utile arricchire con gli stessi elementi anche la filmografia in coda al volume, che sarebbe stata così molto più significativa.

Queste ultime notazioni non vogliono avere il sapore di critiche ma di richieste, e devono essere lette come parte di una richiesta più ampia rivolta all’autore a riprendere in mano la sua ricerca e proseguirla, dipanando in un andamento più piano i moltissimi dati che si affollano nel suo testo, sviluppando almeno alcuni dei tanti spunti che offre e illustrando i motivi per cui a un certo punto la grande stagione del cinema d’impresa si esaurisce. Su quest’ultimo aspetto qualche spunto lo stesso Latini lo fornisce nel documentario sugli archivi di impresa realizzato dalla Rai nel 2011, ad esempio quando cita la legge 1213/1965, che toglie i finanziamenti al cinema industriale: uno spartiacque importante ma che riguarda soltanto l’Italia, mentre la prospettiva in cui si muove la sua indagine è tutto il mondo occidentale.
Con la sua “breve storia” Giulio Latini ha dimostrato di possedere gli strumenti e la competenza per muoversi con grande disinvoltura nella vastissima produzione del cinema d’impresa, un ricco territorio di cui ci si augura vorrà proseguire e ampliare l’esplorazione, per portarne alla luce altri tesori.

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