Il senso della memoria #giornodellamemoria2019

Per affrontare un tema come quello della memoria della Shoah abbiamo chiesto a Elena Loewenthal un punto di vista sul significato del giorno della memoria. Narratrice, studiosa di ebraistica, traduttrice di molti testi della grande letteratura ebraica e israeliana, nel 2014 ha raccolto i suoi dubbi e le riflessioni attorno alla data simbolica del 27 gennaio nel volume “Contro il giorno della memoria” (add editore). Conoscendo l’attenzione che pone nel confrontarsi con le fonti e con i documenti, per questo numero speciale della newsletter de Il mondo degli archivi le abbiamo chiesto di riprendere quelle riflessioni all’interno dell’orizzonte archivistico e documentario.

Istituito per legge nel 2000, il giorno della Memoria cade il 27 gennaio perché quel giorno del 1945 gli Alleati arrivarono alle porte di Auschwitz, e le aprirono. Il mondo precipitò dentro la Shoah, la vide da vicino per la prima volta. Nella memoria collettiva del nostro paese, nelle celebrazioni e nelle iniziative, il Giorno della Memoria ha a poco a poco soppiantato quello che era stato fino ad allora il grande momento nazionale di confronto con quegli anni: il 25 aprile, l’anniversario della liberazione. La fine del fascismo.

Il Giorno della Memoria è ricorrenza del tutto diversa, ci ricorda l’orrore, la bassezza dell’umano. Commemora la disfatta più infame a cui l’umanità sia mai arrivata. È nata come giornata europea e italiana per definizione, con l’obiettivo di fare entrare nella coscienza quel passato. L’Europa appartiene a quella storia, quella storia appartiene all’Europa. Personalmente accetto di celebrare il giorno della Memoria come italiana ed europea, lo rifiuto come ebrea. Quella storia non mi appartiene in quanto ebrea: il popolo d’Israele non ha costruito quella storia, l’ha subita. Ci ha messo i morti. Eppure il giorno della Memoria è diventato di anno in anno sempre più un atto di omaggio agli ebrei – morti e vivi -, è diventata l’occasione per parlare di loro. “È la vostra storia, la ricordiamo. Vi ricordiamo”.

No. Non è la mia storia. È la storia di tutti gli europei, di chi la progettò e la mise in atto. Di chi vide e fece finta di nulla. Della rete ferroviaria di tutto il continente, su cui per anni i convogli andavano pieni di esseri umani e tornavano vuoti. Di chi rischiò la vita per salvare anche una vita soltanto. Potrà sembrare assurdo, persino intollerabile, ma come ebrea non posso identificarmi in questa storia. La rifiuto: la Shoah non mi appartiene perché è per definizione il rifiuto stesso della memoria ebraica: aspirava infatti a creare un’Europa judenfrei, un presente e un futuro senza ebrei. Durante la guerra a Praga i nazisti raccolsero migliaia di oggetti rubati a case, sinagoghe, persone, con l’obiettivo di creare un museo della razza estinta, di lì a pochi anni. Pochi mesi.

Nel contesto della ricorrenza odierna, invece, le iniziative e gli eventi hanno senso solo se vanno esattamente nella direzione opposta a quella auspicata dal “Museo della Razza Estinta” voluto dai nazisti: dare alla collettività il senso pieno di appartenenza a questa storia, mostrare quanto essa stia dentro il tessuto sociale e materiale del nostro mondo.

Di fronte agli oggetti, alle case, alle cose, ai volti delle persone, ai documenti conservati negli archivi quella storia si fa riconoscere, diventa propria, parte del proprio mondo.

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